30 gennaio 2021 15:13

Madlib e Four Tet, Hopprock
Questa è una storia di perseveranza. È la storia di un disco che, se fosse per il suo autore, lo statunitense Madlib, probabilmente non esisterebbe. Ma invece esiste eccome, grazie alla testardaggine di un altro musicista, il britannico Four Tet, che ha convinto Madlib a registrarlo, vincendo la sua ritrosia a fare un disco solista, abituato com’è a produrre basi per gli altri e a lavorare soprattutto nell’ombra. Negli ultimi due anni Four Tet si è fatto inviare da Madlib idee, loop, frammenti sonori e li ha messi insieme con pazienza, facendo il produttore. Sono amici i due, altrimenti Madlib non avrebbe mai lasciato che qualcuno mettesse mano alla sua musica in questo modo.

Sound ancestors è un album completamente strumentale, in bilico tra hip hop ed elettronica, un inno all’arte del campionamento e alla figura del produttore, l’architetto sonoro che si nasconde dietro tanti dischi rap e che a volte è più importante dell’mc, ma non si prende mai i meriti. L’album è una perfetta dimostrazione del talento di Madlib, che tra i tanti meriti ha avuto quello di tirare fuori il meglio da Mf Doom, eccezionale rapper morto nei mesi scorsi a soli 49 anni, grazie al progetto Madvillain.

L’assenza di parti cantate in Sound ancestors fa apprezzare meglio il suo lavoro sulle fonti sonore originali (gli antenati citati nel titolo, appunto). In questo ricorda Shades of blue, l’album del 2003 nel quale Madlib pescava dagli archivi dell’etichetta jazz Blue Note. Il singolo Road of the lonely ones campiona gli Ethics, gruppo soul di Philadelphia degli anni sessanta, mentre Dirtknock innesta il rap su un brano post-punk degli Young Marble Giants. Forse però il pezzo migliore di tutti è Hopprock, dove un bastone della pioggia, un violoncello, una marimba e una segreteria telefonica aprono la strada a taglienti riff di chitarra e percussioni frammentate.

Altrove si vira verso la musica etnica, la psichedelia anni settanta e perfino il jazz. Insomma, dentro Sound ancestors c’è una piccola enciclopedia di suoni, solo apparentemente caotica. Four Tet ha perseverato, Madlib ha ceduto, e insieme ci hanno regalato un disco notevole.


Arlo Parks, Hurt
La poeta e musicista Arlo Parks ha solo vent’anni ma ha già uno stile molto riconoscibile. Pesca dalla musica nera, dall’indie e dal pop degli anni sessanta e settanta. Ma queste influenze sono sempre rimasticate con il giusto equilibrio, e ne nascono canzoni di grande qualità che sono come piccoli universi autonomi.

Collapsed in sunbeams, il suo disco d’esordio, è un misto di ricordi adolescenziali e storie inventate, nel quale riesce a immedesimarsi in personaggi mai troppo fortunati, come nel dolente ritratto di Charlie, l’alcolista protagonista di Hurt o in Caroline, che descrive un litigio di coppia per strada, vicino alla stazione dell’autobus. Collapsed in sunbeams è un ottimo esordio, un piccolo mondo di storie raccontate con semplicità e poesia.


The Notwist, Into love/Stars
Sono solo ai primi ascolti, ma il nuovo disco dei Notwist mi sembra molto bello. La band tedesca ci lavorava da anni (l’ultimo disco della band risale al 2015), ma l’ha finito durante il lockdown. E sembra di sentirla, quella claustrofobia, tra le pieghe di canzoni come l’iniziale Into love/Stars, Exit strategy to myself (che viaggia a velocità krautrock) e l’acustica Night’s too dark. Bentornati.


Bicep, Atlas
I Bicep, duo formato da Andrew Ferguson e Matthew McBriar, sono nati a Belfast ma vivono a Londra. In un periodo in cui le discoteche sono chiuse, hanno fatto uscire il loro secondo album, che sarebbe stato perfetto per le notti nei club della capitale britannica. Isles espande i confini dell’album d’esordio del 2017, muovendosi verso territori trance e ogni tanto sfodera echi quasi mediorientali.


Samuel e Colapesce, Cocoricò
Finora mi ero dimenticato di segnalare questo pezzo, che in realtà è in giro già da un mesetto. Cocoricò è il primo singolo del secondo disco solista di Samuel, Brigata bianca, e racconta la storia di una notte trascorsa dai Subsonica insieme ai Bluvertigo tra la riviera romagnola e la discoteca di Riccione Cocoricò nei primi anni duemila. È stato scritto e cantato con Colapesce ed è un brano pop molto radiofonico, ma fatto con gusto e con un bel ritornello.


P.S. Playlist del 2021 aggiornata, buon ascolto!

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