Rinnovato

07 dicembre 2017 11:08

Sentimento di avversione profonda, di risentimento verso una persona, un ambiente, una situazione, specialmente maturato in seguito a un’offesa o a un torto e non manifestato apertamente: è la definizione della parola “rancore” sul dizionario. Ed è anche la definizione dell’Italia del 2017 secondo l’ultimo rapporto del Censis, l’istituto di ricerca che ogni anno tenta di fotografare la situazione sociale del paese.

“La ripresa economica c’è e l’industria va”, scrive il Censis, ma “non si è distribuito il dividendo sociale di questa ripresa e il blocco della mobilità sociale crea rancore”, coinvolgendo anche il ceto medio, oltre ai gruppi collocati nella parte più bassa della piramide sociale, “con esibizioni di volta in volta indirizzate verso l’alto, attraverso i veementi toni dell’antipolitica, o verso il basso, a caccia di indifesi e marginali capri espiatori, dagli homeless ai rifugiati”.

Alla domanda su come reagirebbero se la figlia sposasse una persona con determinate caratteristiche, il 66,2 per cento dei genitori italiani si opporrebbe a un matrimonio con una persona di religione islamica, il 48,1 per cento con una persona più anziana di almeno vent’anni, il 42,4 con una persona dello stesso sesso, il 41,4 con un immigrato, il 27,2 con una persona di origini asiatiche, il 26,8 con una persona che ha già figli, il 26 con una persona di un livello di istruzione molto più basso, il 25,6 con una persona di origini africane e il 14,1 per cento si opporrebbe al matrimonio della figlia con una persona di una condizione economica molto più bassa.

Nell’Italia del 2017 non c’è più un’agenda sociale condivisa, conclude il rapporto del Censis, e “senza un rinnovato impegno politico e un diverso esercizio del potere pubblico, senza la preparazione di un immaginario potente, resteremo nella trappola del procedere a tentoni”.

Questa rubrica è stata pubblicata il 7 dicembre 2017 a pagina 9 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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Claudia Grisanti