01 luglio 2021 13:39

Quando Colin Kaepernick s’inginocchia per la prima volta è il 1 settembre 2016, nel Qualcomm Stadium di San Diego, in California. Il presidente è ancora Barack Obama. Come succede prima di ogni partita di football americano, viene suonato l’inno nazionale degli Stati Uniti.

I San Francisco 49ers, la squadra in cui Kaepernick gioca come quarterback, devono incontrare i San Diego Chargers. L’inno comincia e Kaepernick poggia un ginocchio a terra invece di restare in piedi. “Non ho intenzione di mostrare il mio orgoglio nei confronti della bandiera di un paese che opprime i neri e le persone di colore. Per me, questo è più grande del football e sarebbe egoista da parte mia voltarmi dall’altra parte. Ci sono i corpi di persone morte nelle strade”. Il riferimento è agli afroamericani uccisi dalla polizia.

Nei mesi successivi il suo gesto sarà ripetuto da molti atleti, anche di altri sport, ogni volta con un seguito di polemiche. E anche se il gesto di Kaepernick è solo simbolico, le conseguenze per lui sono molto concrete: il giocatore viene emarginato dalla Nfl, la National football league, la principale lega professionistica nordamericana di football, e si ritrova senza un contratto.

Nel settembre 2017, durante un comizio in Alabama, Donald Trump, nel frattempo diventato presidente, dice: “Non vi piacerebbe vedere uno dei padroni della Nfl, quando qualcuno manca di rispetto alla nostra bandiera, dire: ‘Togliete subito quel figlio di puttana dal campo, fuori, è licenziato. È licenziato’”.

Dopo l’estromissione di Kaepernick, la sua battaglia è stata portata avanti da Michael Bennett, giocatore dei Philadelphia Eagles e autore del libro Cose che fanno sentire a disagio i bianchi. Intervistato dal New Yorker, ha detto: “Non sarà uno sportivo che cambierà la brutalità della polizia”, ma gli sportivi professionisti hanno il potere, e quindi la responsabilità, di sollevare la questione.

Questo articolo è uscito sul numero 1416 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati