27 aprile 2015 13:27


Anche Walter Veltroni e i suoi collaboratori sono stati bambini. Lo certificano, per chi avesse dei dubbi, le foto che punteggiano i titoli di coda di I bambini sanno, un film inchiesta che vorrebbe, ma il paragone è agghiacciante, continuare le esplorazioni dell’infanzia compiute in altri tempi da Luigi Comencini e Vittorio De Seta.

Sono forse queste foto le immagini più imbarazzanti del film, stanno lì a dire “anche noi siamo stati bambini” e “questi bambini da grandi saranno come noi”. E questo è probabile, per molti dei bambini intervistati, quelli appartenenti a quel ceto medio dominante da cui provengono gli adulti del film, anche se per Veltroni c’è l’aggravante antropologica della provenienza, diciamo, dalla borghesia togliattiana, un’area privilegiata che continua a contare molto, almeno a Roma.

Di essa Veltroni è stato ed è il virgulto più “americano” di tutti, e il più bulimico di tutti, una sorta di americano a Roma diverso da Sordi perché cresciuto nella bambagia e nel culto di Kennedy, che non si è mai risparmiato esperienze gratificanti a costo di una superficialità che supplisce con la retorica al talento e alla fatica, attivo nella politica locale e nazionale (nei giochi del potere), nella buona vita e nella pratica della letteratura e del cinema (in attesa di un esordio nel graphic novel o nella canzone, perché no? Ma forse ci ha già provato e non ce ne siamo accorti).

Non abbiamo niente contro gli eclettici, ma va purtroppo constatato che il nostro uomo è sempre uguale in tutti i campi. Ha voluto essere anche una risposta di sinistra al fenomeno Berlusconi, e ne è risultato – non il solo, ovviamente – uno specchio, una variante, tutto fuorché un’alternativa. La politica di questi anni ha celebrato i suoi riti anche all’anteprima del suo film, con il fior fiore del mondo politico e giornalistico di questi anni, tanti presidenti della repubblica e tutto lo staff della Repubblica (il quotidiano), con il contorno di dame e cavalieri di quasi tutte le correnti, a farci certi che un regime esiste ed è trasversale. Tutto questo nel nome dei bambini, cioè del futuro, che è “una bella parola”, dice uno dei bambini intervistati, lasciandoci interdetti sul suo futuro.

Noioso, cinematograficamente primario, I bambini sanno può suscitare interesse solo come documento del modo in cui gli adulti al potere considerano l’infanzia: primi piani con sfondo di camerette libri e peluche. Non ci sono mai gli adulti – la famiglia, la scuola, il tempo libero, i consumi, il confronto con altri bambini, con gli adulti, con l’ambiente (ha mai visto Comizi d’amore, questo regista?).

Ci sono bambini più simpatici, almeno a prima vista, che antipatici, ma alcuni anche con la saccenza della loro provenienza. Di provenienza regionale varia, parlano con l’accento ma mai in dialetto, sempre in buon italiano, e di dominante provenienza piccoloborghese benestante. E anche i marginali, i sofferenti, sono inseriti in inquadrature rassicuranti, ovattate. La monotonia è interrotta da rarissimi esterni e da una musica mielosa, melassosa, perfettamente “buonista”, “veltroniana”. Le domande sono fatte fuori campo, generiche e compiacenti, con una divisione in capitoli a cui non sempre corrispondono i contenuti. E non possiamo neanche aggiungere “eccetera”, perché altro non c’è.

Ovviamente c’è, date le premesse, un’idea del mondo rassicurante, positiva. Il futuro è una bella parola, ma con l’aria che tira, non si può certo dire che tutti ne godranno, anche se sul futuro di Veltroni e dei suoi simili si può scommettere, loro hanno la pelle dura e possono farcela.

Ma i bambini che c’entrano? A voler essere cattivi potremmo citare il Vangelo di Marco (9, 42), ma sarebbe un colpo basso che Veltroni non merita, perché la sua buona fede ci commuove, perché anche lui, come diceva Pasolini di un noto democristiano, quando sarà morto sarà all’inferno e si crederà in paradiso. No, non bisogna esagerare, bisogna restare su terra, tornare ai bambini, alla loro condizione, e al destino che noi adulti gli abbiamo preparato, gli prepariamo.

Anche i bambini cambiano, perché cambia il modo in cui li si è guardati e trattati nel corso dei secoli, fino a oggi. Dei bambini si può fare di tutto, li si può plasmare a piacere. L’hanno detto o pensato Hitler e Stalin e ci sono riusciti. Oggi non è diverso, e per i bambini questo non è certamente un tempo allegro: oggetto di mercato, coccolati e castrati in una parte del mondo, usati e massacrati in un’altra. Non è un tempo allegro neanche per gli adulti, figuriamoci per i bambini! Ma gli adulti hanno il potere e i bambini no. Adulti ossessivi e possessivi li manipolano e li corrompono, tra noi, mentre altrove altri adulti li manipolano o li ammazzano.

Invece di tentare un discorso alto sulle nostre responsabilità adulte, Veltroni si limita, e sa quel che fa e perché lo fa, a confermare un’idea dell’Italia tutto sommato felice e speranzosa, grazie a quelli come lui. Questi bambini gli somigliano, sono quello che lui immagina debbano essere i bambini, e che i bambini per gran parte sono, nel suo ambiente o di fronte a lui.

La mutazione riguarda anche i bambini, la differenza è che loro ne sono le vittime e non gli artefici. Rispettarli vuol dire saper cogliere quel che di nuovo e insieme eterno possono esprimere e possono darci, ascoltarli vuol dire aiutarli a capire, a confrontarsi con chi è disposto a insegnar loro, ma anche a imparare da loro, in una comune ottica di cambiamento, non di mutazione e addomesticamento ma di liberazione e solidarietà, generosamente.

Ma se non ci liberiamo noi, come possiamo pretendere di rispettarli? Se mentiamo a noi stessi e agli altri, come possiamo pretendere che i bambini ci dicano qualcosa di diverso dalle opinioni correnti che ascoltano dagli adulti? Peggio: i bambini imparano sempre e da sempre dai nostri comportamenti non dalle nostre parole. È l’intera classe dirigente italiana di oggi, di cui Veltroni è un emerito rappresentante, che il futuro finirà per mettere in discussione. E, questo è il nostro augurio, lo farà anche qualcuno dei bambini che sono stati oggetto delle attenzioni di quest’impudico registino cinematografico e registino politico.

I bambini non sanno quello che non si vuole che sappiano, però guardano, intuiscono, imitano. Non hanno strumenti per ribellarsi, o non li hanno ancora.