10 marzo 2020 17:53

Gentile bibliopatologo,
la situazione è grave: le vetrine delle librerie mi disgustano, le classifiche non ne parliamo. Dopo aver riletto Delitto e castigo e altri classici, mi rendo conto di non saper più dove volgere lo sguardo. Quale possibilità ho di uscire da questo buio? Come mettere di nuovo sul comodino, non dico venti, ma anche solo cinque libri da divorare?

–Silvia

Caro dottore,
la mia nevrosi non aiuta nelle scelte. Ci vuole qualcuno che scelga per me. Le chiedo gentilmente dieci titoli da leggere. Ringrazio anticipatamente.

–Michele

Cara Silvia, caro Michele,
ho lasciato per settimane le vostre lettere in sala d’attesa, non sapendo se farle accomodare o meno nella rubrica. Ero restio e quasi piccato, come uno psichiatra davanti al paziente che si presenta nel suo studio solo per estorcergli una ricetta di ansiolitici o di antidepressivi. Sappiamo però come si sono messe le cose, e la prospettiva di restare tutti per lungo tempo a casa mi ha richiamato ai doveri sociali del medico immaginario.

Saremo costretti ad annoiarci molto, in quarantena. E la noia, maîtresse di una casa di appuntamenti mancati dalle molte stanze, dove si offrono ai clienti lo spleen, l’accidia, il taedium vitae, la nausée, l’oblomovismo, si è fatta una pessima reputazione per via dei filosofi e dei letterati che, pur frequentandola assiduamente, non facevano che lamentarne i tormenti, specie dalla metà dell’ottocento.

Quattro tipi di noia
Ma uno dei primi visitatori moderni di quella casa malfamata, John Locke, aveva saputo vedere anche le grazie dell’anziana tenutaria. La sua uneasiness – che di lì a poco diventerà l’ennui dei romantici – è “il principale, se non l’unico sprone all’industriosità umana”, si legge nel Saggio sull’intelletto umano. Due secoli e mezzo dopo, Martin Heidegger nei Concetti fondamentali della metafisica disporrà le diverse forme di noia su una scala ascetica: al primo gradino c’è la noia occasionale, che ci coglie quando siamo intrappolati in una situazione spiacevole; poi c’è la noia più sottile, che si manifesta come un desiderio indistinto (simile forse all’uneasiness di Locke); sulla vetta, infine, sta quella noia abissale che ci spinge sull’orlo della grande domanda metafisica: “Perché è in generale l’ente e non piuttosto il niente?”.

Anch’io, nella mia vita di lettore annoiato, ho percorso qualcosa di simile a una scala ascendente. Uno dei miei primi libri – del 1976, ma è tuttora in commercio – era Che cosa fare quando piove di Richard Scarry. Si trattava per lo più di colorare e ritagliare. C’era anche una pagina per farsi gli ex libris da soli, e io avevo scritto il mio nome su tutti gli spazi disponibili, nonostante il libro fosse in comproprietà con mia sorella. Questo spiega tante cose. Poi sono passato al dittico dal losco titolo Fatelo con Paperino, Fatelo con Topolino (Mondadori 1977), a cui oggi intenterebbero causa per istigazione alla zoorastia. Insegnava a creare giochi con oggetti d’uso comune e scarti che ci sono in ogni casa. Si poteva costruire anche un teatro di burattini.

(Jorg Greuel, Getty Images)

Poi è venuta l’ora di Così per gioco di Elve Fortis de Hieronymis (Einaudi 1979) che era più o meno la stessa cosa ma per bambini più scolarizzati e più secolarizzati: potevi, per esempio, creare una maschera diabolica con un vassoio di cartone pressato. Potrei andare avanti con libri adatti a tutte le successive età della vita, fino a Knit your own Kamasutra di Trixie von Purl, che consente di comporre scene erotiche all’uncinetto o, se proprio non avete un ca**o da fare, Puppetry of the penis di Simon Morley e David Friend, che vi inizierà all’arte dell’origami genitale e potrà suggerirvi usi creativi del teatro di burattini di cui sopra.

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Ma la vera bibbia del bibliomane annoiato è l’eccelso How to do nothing with nobody all alone by yourself (1958) di Paul K. Smith. È un libro di una noia sublime, virtuosistica, perché ci spiega con pedantesca abbondanza di dettagli e di illustrazioni come fare cose che già sappiamo fare (un aeroplanino di carta) e cose che non abbiamo nessun interesse a fare (un mini-boomerang che si lancia con una schicchera dalla copertina di un libro). La sua apparente semplicità non vi inganni: è la chiave di accesso a una quarta ed esoterica forma di noia ignota perfino a Heidegger.

P.S. Non è la lista che speravate, ma fate il conto: sono otto.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.