Il gusto (e il prezzo) dell’indipendenza

06 settembre 2013 10:51

I nomi di Gian Marco Antonuzzi, Corrado Dottori e Stefano Bellotti sono tra i più conosciuti nel mondo del vino naturale. Perfino all’interno di un movimento fondato sul dissenso, hanno la fama di anticonformisti radicali, e la ferocia della loro indipendenza si ritrova nel gusto dei vini che producono.

Bellotti è ormai il padrino della resistenza contadina, uno che lotta da anni per il riconoscimento della dignità degli agricoltori. Dottori – autore del recente

Non è il vino dell’enologo – è arrivato dopo. E Antonuzzi, con la moglie e socia Clémentine Bouveron (una vignaiola dell’Ardèche), sono diventati solo da pochissimo tra i vignaioli più amati tra gli appassionati di vini naturali di tutto il mondo.

Durante una recente visita a due aziende agricole– La Distesa di Dottori e della moglie Valeria Bochi nelle Marche e Le Coste dei coniugi Antonuzzi nelle colline vulcaniche sul lago di Bolsena – sono rimasto impressionato dalla forza di volontà con cui le due coppie si sono gettate anima e corpo nella loro impresa utopica.

Gian Marco Antonuzzi e il suo Litrozzo. (Foto di Jonathan Nossiter)

Gli Antonuzzi e i Dottori condividono una tensione peculiare tra le loro aspirazioni verso una forma di “artigianato elevato” e una visione profondamente democratica del mondo, dove il rigore personale ed estetico si sposa con un forte senso di comunità. Prendiamo il Litrozzo di Le Coste. Sette euro al litro (circa 5,50 euro per una bottiglia standard) di un purissimo succo d’uva fermentato, che ci regala il sapore del vino bevuto dai nostri nonni mentre lavoravano nei campi o durante la pausa pranzo in fabbrica o ufficio. Il Litrozzo è un bianco elettrizzante (per alcuni, polarizzante) che può essere sorseggiato o tracannato, all’ombra o sotto il sole, e in ogni circostanza lascia la mente lucida e il corpo rinvigorito grazie all’assenza di qualsiasi additivo chimico, dagli erbicidi nelle uve ai solfiti aggiunti dopo la fermentazione. La forte acidità derivata dalla vitalità dei terreni vulcanici lo rende assolutamente “democratico” nel senso gastronomico; può accompagnare qualsiasi tipo di pietanza.

Il vino sfuso di La Distesa è la versione marchigiana di questo approccio democratico, un vino di grande complessità e purezza, accessibile ai palati e ai portafogli più diversi. Quando nel 2000 Dottori si è trasferito nella piccola azienda del nonno, a Cupramontana, ha notato che i meno fortunati della zona bevevano il vino industriale più corrosivo presente sugli scaffali dei supermercati. E così ha deciso di affiancare al suo etereo trebbiano Nur (circa 9 euro, prezzo sorgente) e ai suoi due robusti verdicchi Gli Eremi (circa 11 euro) e Terre Silvate (circa 5,50 euro) un tonificante vino sfuso che gli abitanti del luogo e i gruppi di acquisto possono portarsi a casa per 2 euro al litro.

Gianmarco Antonuzzi, come Dottori e molti altri nuovi vignaioli nella rinascita dei vini di territorio, paradossalmente ha abbandonato la vita cittadina per le colline intorno a Gradoli. Anche se la sua famiglia proviene dalla piccola città medievale e un’anziana zia continua a cucinare nell’eccellente ristorante locale La Ripeta, Antonuzzi è cresciuto a Roma e ha cominciato a guadagnarsi da vivere come avvocato. Poi però l’amicizia con Giovanni Bietti, stimato musicista classico e autore di riferimento sui vini naturali italiani, lo ha convinto a rinnegare il suo strato superficiale romano e a riscoprire le proprie radici nelle terre intorno a Bolsena.

Antonuzzi ha un carattere vulcanico e accattivante e la stessa forza si sente nella moglie Clémentine, anche se lei è molto più calma e cartesiana. Insieme hanno dedicato la loro vita e i loro sogni a Gradoli, resuscitando antichi vitigni locali sull’orlo dell’estinzione come il rosso Aleatico e il bianco Procanico. Oggi producono alcune delle pozioni più emozionanti e imprevedibili d’Italia: vini selvaggi e allo stesso tempo raffinati.

Per me, bere il vino di Antonuzzi è un po’ come guardare un film di John Cassavetes: un’esperienza stupefacente. Come nelle opere del grande regista indipendente americano degli anni sessanta e settanta (Faces, Assassinio di un allibratore cinese, La sera della prima) ciò che a prima vista può sembrare sconvolgente, perfino incoerente, acquista una simmetria irresistibile e poetica nei palati più avventurosi.

Corrado Dottori e Valeria Bochi. (Foto di Paula Prandini)

Quando ho assaggiato per la prima volta i vini di Le Coste, qualche anno fa, li ho istintivamente respinti. Perfino per una persona abituata al lavoro provocatorio dei vignaioli naturali, questi rossi che sembrano bianchi (taglienti e leggeri) e bianchi che sembrano rossi (tannici, densi, nebulosi e a volte pungenti quando sono appena aperti) andavano oltre ogni mia comprensione. Ma come capita con tutte le forme di avanguardia, un po’ di curiosità e pazienza (e un pizzico di irritazione) mi hanno permesso di espandere il mio senso del gusto e invaghirmi di questi vini bizzarri, con entusiasmo infantile e un senso magari maturo che i piaceri più profondi sono spesso quelli più nascosti.

Eppure, anziché ricevere il giusto riconoscimento per il loro contributo alla cultura locale, nazionale e internazionale (in tutto il mondo, da Tokyo a New York, i vini di Le Coste e La Distesa sono considerati un’espressione autentica e allo stesso tempo avveniristica della cultura italiana) le due coppie devono combattere per la sopravvivenza, come tutti gli altri vignaioli naturali.

Le leggi restrittive e la sospettosa burocrazia dei controlli imposte da Bruxelles e Roma complicano non poco la vita dei contadini-artigiani. Innervosita dal crescente successo economico della rivoluzione dei vini naturali, la lobby agro-alimentare di Bruxelles e quella dei vini industriali di Roma hanno dichiarato una guerra senza mezzi termini ai naturalisti. Per questo la maggioranza dei vignaioli naturali ha abbandonato la pretesa di ottenere la certificazione doc, negata a più riprese ai loro vini da commissioni controllate dall’industria e intente a difendere standard che si sono affermati negli ultimi quarant’anni e che tradiscono la storia e le origini delle regioni italiane.

A partire dagli anni settanta i più grandi produttori di ogni regione – Zonin in Veneto, Riunite in Emilia, Antinori e Frescobaldi in Toscana e Umani Ronchi nelle Marche, tanto per fare qualche nome – hanno infatti imposto una versione chimicamente e tecnologicamente alterata dei vini storici del loro territorio. Queste industrie del vino, che commercializzano l’idea di un passato bucolico ma sono totalmente dipendenti dall’industria chimica e dalla tecnologia, prosperano grazie al fatto che ormai da decenni gran parte dei consumatori ha dimenticato che sapore ha il vero vino. Di conseguenza è perfettamente logico che la rivoluzione dei vini naturali, con la tutela del “terroir” e della salute (sia della terra sia di chi beve) rappresenti una minaccia intollerabile.

Stefano Borsa e Giovanna Tiezzi. (Foto di Paula Prandini)

Il Pacina – vino che il mio palato, formato nella Toscana degli anni sessanta e settanta, ritiene il più autentico Chianti prodotto al giorno d’oggi (insieme con Le Boncie di Giovanna Morgante) – è stato privato della certificazione doc. Giovanna Tiezzi, figlia di Enzo Tiezzi, ambientalista pioniere, professore di chimica fisica e autore del capolavoro Tempi storici, tempi biologici), e suo marito Stefano Borsa hanno addirittura smesso di sottoporre il loro vino alla commissione deputata, dopo aver dovuto sentire più volte che il loro prodotto non può essere chiamato “Chianti” perché non è “abbastanza rappresentativo”. Il motivo? Non contiene abbastanza solfiti e altri agenti chimici che smorzano il carattere del vino adeguandolo alla forma lobotomizzata che è ormai diventata uno standard internazionale.

La mancata certificazione doc non è l’unica arma nelle mani dell’industria del vino per intimidire i liberi pensatori. L’inquietante divisione del ministero dell’agricoltura dedita alla “Repressione delle frodi” è stata strumentalizzata per colpire i produttori e i commercianti di vini naturali. Alessandro Bulzoni, pur lavorando nell’ultra-borghese quartiere romano dei Parioli, è tra i più coraggiosi e impegnati commercianti di vini naturali d’Italia.

L’estate scorsa, dopo che uno dei suoi dipendenti aveva denunciato le pratiche anti-biologiche dei produttori industriali di vino, è stato bersagliato dalla divisione Repressione frodi. La soffiata che ha innescato il blitz degli agenti è rimasta anonima, ma quello che è sicuro è che gli uomini del ministero hanno sequestrato centinaia di bottiglie e hanno fatto a Bulzoni una multa surreale da 10.000 euro per uso “illegale” del termine “naturale”.

Stefano Bellotti. (Foto di Paula Prandini)

Forse il più perseguitato dalla Repressione frodi – e non a caso - è l’irriverente e brillante pioniere del movimento dei vini naturali, Stefano Bellotti di Cascina degli Ulivi, a Novi Ligure, nel sud del Piemonte. Tra i primi vignaioli a scegliere l’agricoltura biodinamica all’inizio degli anni ottanta, Bellotti è il punto di riferimento italiano della pratica agricola progressista dei nuovi viticoltori naturali. Rispettando le tecniche olistiche dell’agricoltura biodinamica, l’azienda di Bellotti pratica da anni la policoltura. Oltre ai 22 ettari di vigne, infatti, Bellotti possiede 10 ettari di seminativi con rotazione tra frumento tenero e foraggi, un ettaro di orto, un migliaio di piante da frutto, un allevamento di bovini e un piccolo allevamento di animali da cortile.

La policoltura è essenziale per l’equilibrio ambientale della comunità agraria intorno a Novi Ligure, e inoltre permette di produrre vini più complessi ed espressivi. Se i batteri, gli insetti e l’ambiente che circonda le vigne sono in salute, infatti, il sapore del vino sarà necessariamente più ampio. Tuttavia, dopo aver individuato in una foto satellitare alcuni peschi tra le vigne di Bellotti, gli agenti di Torino della Repressione frodi hanno fatto irruzione a sorpresa nell’azienda, hanno fatto una multa di decine di migliaia di euro e hanno declassato il lotto provocando una perdita di 200.000 euro in sussidi per l’agricoltura.

Poco tempo dopo gli stessi agenti hanno trovato una microscopica anomalia sulle etichette, e hanno aggiunto altre migliaia di euro di multa costringendo il produttore a rietichettare a mano 30.000 bottiglie. Per Bellotti non c’è dubbio che questi persecuzioni non sono arrivate per caso. Di recente, mi ha spiegato che “la grande industria del vino e dell’agricoltura vivono il nostro approccio come una denuncia. E hanno tutte le armi legislative, legali e di potere per farci fuori uno a uno. Se non ci riuniamo”. Come presidente dell’associazione biodinamica in Italia, Renaissance des Appellations (“La Rinascita dei territori”), Bellotti sta combattendo per realizzare quest’unione, nella speranza che le altri associazioni (ogni sei mesi sembra che ne nasca una nuova) si mettano insieme per unire la resistenza. Cosa che, come sappiamo, neppure i partigiani sono riusciti a fare.

I proprietari di Le Coste, stanchi delle vessazioni della Repressione frodi laziale, sono stati costretti a togliere la menzione dell’anno dalle loro etichette. Dunque niente doc e niente annata. Ma non basta. Ora gli Antonuzzi non possono più chiamare il loro prodotto neanche “vino da tavola”. Chissà se presto non avranno nemmeno il diritto di scrivere la parola “vino” sulle loro etichette, anche se sono tra gli ultimi al mondo a produrre vino. Quello vero.

Ma perché gli agenti del ministero se la prendono con i piccoli artigiani (nonché cittadini modello) come Bellotti, Antonuzzi, Dottori e Tiezzi mentre le aziende miliardarie come Zonin vengono ignorate?

Consapevole del fatto che i naturalisti stanno alimentando una pressione avvolgente (a Parigi, per esempio, ci sono più di cinquanta locali che servono esclusivamente vini naturali a una clientela giovane e sempre in crescita) la lobby dell’industria del vino ha deciso di passare all’azione al livello europeo. Intanto però molti vignaioli naturali chiedono che le etichette dei vini comprendano tutti gli ingredienti usati nella produzione, come è già obbligatorio per tutti gli alimenti. Se così fosse emergerebbe immediatamente il contrasto tra la trasparenza delle loro procedure e quelle del 99,9 per cento dei produttori europei, la cui lista degli ingredienti occuperebbe probabilmente mezza bottiglia.

Oggi la legge permette l’utilizzo di oltre 300 additivi chimici per i vini (detti) “normali”, che si riducono ad “appena” 70 per i cosiddetti vini biologici. L’industria del vino, comunque, non si è fatta prendere alla sprovvista. La lobby del settore, la Ceev (Comité Européen des Entreprises Vins) ha distribuito in lungo e in largo a Bruxelles un libretto di 36 pagine per spiegare perché i produttori di vino non dovrebbero in nessun modo essere obbligati a elencare i composti usati. Involontariamente ridicolo, il libretto porta a sostegno della sua tesi la storia artigianale e pastorale del vino. Per chi fosse interessato a leggere questa specie di inconsapevole manifesto dadaista, può essere scaricato qui.

Chi invece è ansioso di provare un’esperienza diversa e sorprendente può visitare i vignaioli naturali, per scoprire cosa sono capaci di fare cittadini consapevoli e adepti di una cultura profonda. Nonostante tutte le difficoltà e l’ostracismo dai colleghi industriali e del (loro) governo nazionale ed europeo.

Ecco una lista, assolutamente parziale (nei due sensi: incompleta e faziosa) di alcuni vignaioli naturali in ogni regione d’Italia che ho avuto la fortuna di conoscere. In nessun senso dovete prenderla come un giudizio definitivo (o obiettivo). Poi ce ne sono centinaia di altri, altrettanto bravi. A voi (e a me) di scorprirli!

Alto-Adige Foradori

Friuli Zidarich, Princic, Vodopivec, Terpin

Veneto Coste Piane, Maule

Piemonte Cascina degli Ulivi, Carussin, Cappellano, Cascina Corte, Nicoletta Bocca, Cascina Taijvin, Trinchero, Ezio Cerutti, G. Rinaldi, Bartolo Mascarello

Emilia-Romagna La Stoppa, Vittorio Graziano, Ca de Noci, Denny Bini, Camilo Donati, Pradorolo, Quarticello

Marche La Distesa, Aurora

Liguria Santa Caterina

Toscana Pacina, Le Boncie

Umbria Paolo Bea

Abruzzo Emidio Pepe

Lazio Le Coste

Campania Cantina Giardino

Calabria Acino Vino, A Vita

Puglia Natalino del Prete, Gruttarolo

Sicilia Nino Baracco, Bonavita, Valdibella, Val Cerasa

Sardegna Dettori, Colombu, Panevino

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Dall’altra parte del mare, cosa spinge i tunisini a partire
Annalisa Camilli
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.