La costruzione collettiva di un narcotrafficante

13 febbraio 2011 16:57

Il 9 giugno del 1993 un pick-up guidato da un capitano dell’esercito del Guatemala si fermò alla frontiera con il Messico. Sul pianale c’era un uomo in manette, basso e dallo sguardo sfuggente. Era Joaquín “El Chapo” Guzmán.

Aveva 36 anni, era nato a Badiraguato, un luogo chiave del narcotraffico, aveva frequentato la scuola fino alla terza elementare ed era cresciuto nel triangolo d’oro al confine tra gli stati di Sinaloa, Durango e Chihuahua, dove i monti si tingono di rosso per le piantagioni di papavero. La sua sorte sembrava segnata. El Chapo fu preso in consegna dal capitano Jorge Carrillo Olea, coordinatore generale della lotta contro il narcotraffico. Insieme presero un aereo per Toluca. Viaggiavano in compagnia del generale Guillermo Álvarez Nahara, capo della polizia giudiziaria militare messicana.

Informazioni preziose

Durante il tragitto il generale parlò con il detenuto. Dopo le privazioni di cui aveva sofferto, inesperto, desideroso di fare una buona impressione, El Chapo si lanciò in una dettagliata descrizione del cartello che da Culiacán si era trasferito a Guadalajara e controllava il narcotraffico in Messico. Erano due le caratteristiche di questo narcotrafficante di rango medio: aveva più informazioni del previsto e ignorava l’importanza di ciò che sapeva. Era chiaro che si trattava di una persona che poteva aiutare l’intelligence messicana. Una volta atterrati in Messico, Joaquín Guzmán fu trasferito nel carcere di massima sicurezza di Almoloya de Juárez, dove rilasciò una dichiarazione di dodici pagine ben diversa da quella che aveva reso a bordo dell’aereo. Cos’era successo nel frattempo?

Ho preso questi dati da Los señores del narco, uno straordinario libro di Anabel Hernández. Secondo la giornalista che ha lavorato per Reforma, El Universal e Milenio, il generale Álvarez Nahara comunicò al ministro della difesa le rivelazioni ottenute a bordo del Boeing 727 e questi a sua volta le trasmise alla presidenza della repubblica. Una volta arrivato ad Almoloya, racconta Hernández, “un alto funzionario del governo federale” mise in guardia El Chapo: aveva bisogno di protezione, “o cooperava o moriva”.

Il giorno dopo (10 giugno 1993) i messicani assistettero a un importante spiegamento di mezzi di comunicazione con cui il governo di Carlos Salinas de Gortari presentò al paese Joaquín Guzmán Loera, descritto come un criminale molto pericoloso. Vestito con un’uniforme beige, il prigioniero sorrideva. Non è raro ingigantire le colpe di un detenuto per mettere in rilievo i successi della giustizia. Nel caso del Chapo quest’operazione sembrava avere due obiettivi: annunciare la cattura di un pesce grosso e contare sulla sua collaborazione.

È impossibile conoscere tutta la verità sulla storia di questo arresto. Di sicuro a partire da quel momento un criminale apparentemente ormai fuori gioco cominciò la sua ascesa fino a diventare il criminale più potente del continente americano. La corruzione del sistema penitenziario gli permise di essere trasferito da Almoloya al carcere di Puente Grande, da dove riuscì ad agire indisturbato.

Secondo Hernández, El Chapo era un individuo di intelligenza media, che non aveva grandi conoscenze finanziarie né era uno stratega criminale. Il suo principale contributo creativo era stato inviare la cocaina negli Stati Uniti nelle lattine di peperoncini e la sua più grande risorsa psicologica era la simpatia, che contrastava con la sua crudeltà. Il carcere lo preparò a diventare un’altra persona. Dieci anni dopo la sua fuga dal carcere di Puente Grande, gestisce migliaia di aziende e Forbes l’ha incluso nella lista dei cento uomini più ricchi del pianeta.

Complicità di alto livello

Anabel Hernández descrive egregiamente la costruzione collettiva di un criminale. Una potente rete di complicità politiche, imprenditoriali e giudiziarie identificò nel Chapo il “male minore” o il “complice d’occasione” per il narcotraffico. Gli Stati Uniti non furono estranei a questa situazione. La commissione presieduta dal senatore John Kerry per indagare sul caso Iran-Contra ha scoperto che in Nicaragua i contras furono finanziati dal cartello di Medellín e da quello di Guadalajara. L’operazione fu coordinata dalla Cia, che era entrata in conflitto con la Dea (l’agenzia antidroga statunitense).

L’insolita fortuna di Joaquín Guzmán è coincisa con i governi di destra del Partito di azione nazionale (Pan) e con i presidenti Vicente Fox e Felipe Calderón. Si è burlato come nessuno della giustizia o ha avuto l’appoggio del sistema?

In El cártel de Sinaloa, un altro libro fondamentale per conoscere il lato oscuro della nostra epoca, Diego Enrique Osorno sostiene che El Chapo era destinato a occupare un ruolo di media importanza nell’organizzazione criminale. In dieci anni di governo del Pan ha raggiunto una forza inedita nella storia criminale messicana. Può essere definito un “contropotere”?

Farlo significherebbe ignorare che ha avuto necessariamente bisogno del sostegno di settori fondamentali del potere reale. Il suo vergognoso decennio d’oro non è il prodotto dell’astuzia di un genio del male. El Chapo è meno dannoso delle circostanze che hanno reso possibile la sua ascesa.

*Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 884, 11 febbraio 2011*

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