Spaccanapoli, 2011.

Elena Ferrante sono io

Spaccanapoli, 2011.
30 novembre 2014 14:31

“Nessuno è il mio nome”, com’era? Ecco come il primo tra i poeti d’occidente, quello forse cieco, quello forse mai esistito, raccontava la famosa storia di Polifemo e dell’uomo che diceva di chiamarsi Nessuno. Ulisse acceca il ciclope e poi gli sfugge, nascondendogli il suo vero nome; ma così facendo compie un atto di superbia che lo rende inviso agli dèi.

Ora, se la letteratura è un lunario di falsari, un altro falsario per eccellenza – l’argentino anche lui mezzo cieco Jorge Luis Borges – tra una recensione e l’altra di libri immaginari sosteneva che la gloria è una forma d’incomprensione. Forse la peggiore.

Se questo è vero, Elena Ferrante con il ciclo di quattro romanzi di L’amica geniale è entrata a pieno titolo nel novero degli incompresi. E dei superbi. Ha plasmato e assoggettato un gigante di quasi duemila pagine divise in quattro libri, occultando il suo nome. Così si è guadagnata gloria transoceanica e un’invidia delle più accecanti nella comunità letteraria.

Nel numero di novembre la rivista statunitense Foreign Policy l’ha inserita nella lista dei cento global thinker del 2014, nella categoria Chronicler. A parte la bizzarra definizione di “cronista” per un’autrice che porta alle estreme conseguenze la tradizione del romanzo d’appendice, il dato è assai interessante. Gli americani, che avevano già mostrato di apprezzare i suoi romanzi precedenti, sono letteralmente impazziti.

Dal premio Pulitzer Elizabeth Strout ad Alice Sebold, passando per i recensori più taglienti del New York Times, del New Yorker, del Boston Globe e dell’Economist, Ferrante contagia anche personaggi insospettabili: il regista John Waters la elegge a sua Divine letteraria, l’attrice Gwyneth Paltrow resta affascinata da una delle storie di rispecchiamento femminile più conturbanti dai tempi di Biancaneve e la mela avvelenata.

Ma l’incanto velenoso della Ferrante – almeno in parte – sta proprio in questo celare la sua vera identità, nel rifiutare lo specchio. Un mistero assoluto che suscita una morbosa attrazione per chi appartiene a una cultura che fa dell’individuo e del suo libero realizzarsi il centro del sogno americano: “WHAT am I, after all, but a child, pleased with the sound of my own name? repeating it over and over, I stand apart to hear – it never tires me”, canticchiava Walt Whitman.

Qui non solo il nome perde rilevanza, perché privato del corpo, ma ha una funzione di segno opposto rispetto per esempio all’uso dello pseudonimo, che semmai è un moltiplicatore dell’ego (quando scrivo sono altro da me, sono un me di secondo grado, esaltato dall’arte): in questo caso, invece, è una negazione del proprio statuto di autore a favore dell’opera.

“I libri non hanno alcun bisogno degli autori, una volta che sono stati scritti”, sostiene invece Ferrante, idea esplicitata dalle copertine dei suoi romanzi che raffigurano donne senza volto (senza testa) o di spalle. Libri in cui – in apparente contraddizione – l’autrice sembra raccontare molto della propria vita. In primo luogo una Napoli descritta come solo chi ci è cresciuto potrebbe fare: una città uterina e ferale allo stesso tempo, che è una casa ma anche il suo contrario. Freud definiva il concetto di perturbante – das Unheimliche – proprio a partire dalla parola Heim, casa.

Inoltre, e soprattutto, Ferrante usa una voce narrante che negli ultimi romanzi sembra assumere tratti sempre più concreti, quasi un Io da autofiction: quello di una donna ormai sessantenne, una scrittrice, il cui nome è Elena. È tutto nelle mie pagine, sembra dirci l’autrice, cercatemi lì se volete.

Ma a noi non basta, vogliamo sapere, confrontare i dati. Anche perché, e questo fa ancora più rabbia nel paese dei segreti di Pulcinella, chi sia davvero la Ferrante resta un mistero anche nella stretta cerchia degli addetti ai lavori. A parte i suoi editori, nessuno sa. L’autrice è dispersa, esattamente come Lila, la protagonista “negata” di L’amica geniale:

Sono almeno tre decenni che mi dice di voler sparire senza lasciare traccia, e solo io so bene cosa vuole dire. Non ha mai avuto in mente una qualche fuga, un cambio di identità, il sogno di rifarsi una vita altrove. […]. Il suo proposito è stato sempre un altro: voleva volatilizzarsi; voleva disperdere ogni sua cellula; di lei non si doveva trovare più niente. E poiché la conosco bene, o almeno credo di conoscerla, do per scontato che abbia trovato il modo di non lasciare in questo mondo nemmeno un capello, da nessuna parte.

Le illazioni si moltiplicano. Da un paio di decenni si dice: è Domenico Starnone. E Starnone si difende, non nasconde il suo senso di superiorità per un’autrice che considera una “brava artigiana” e nulla più. Francesco Piccolo viene chiamato in causa per la comune origine partenopea. Si parla più spesso di un uomo (i grandi scrittori sono maschi, si sa).

Nelle varianti più indicibili, il dubbio balena che sia una donna straordinariamente brutta. Probabile che non sappia parlare in pubblico, cosa che – questo anche si sa – sta diventando reato penale per chi vuole scrivere. Performance è la parola d’ordine. Meglio ancora se c’è dietro una forte storia personale buona per traghettarsi attraverso gli Scilla e Cariddi della classifica italiana dei più venduti, ovvero la coppia Fazio-Bignardi.

Fanno quasi nostalgia – gente d’altri tempi – quegli scrittori impacciati con il microfono, che leggono da cani i propri testi e però si ostinano ancora a farlo, che perdono il filo del discorso e a volte si confondono, che alle domande “scomode” non sanno rispondere. Quegli incontri in librerie surriscaldate, con le sedie sciancate, da cui alla fine te ne vai pensando che quel libro sembra scritto da un altro. Il che non fa che riverberare lo stato d’animo dello scrittore che hai lasciato lì – in piena sindrome dell’impostore – al suo tavolinetto malcerto con la pila di libri, ad autografare copie con la firma di chissà chi.

Forse la ragione è semplice, il pudore. Niente misteri, niente rumore. “Elena Ferrante. Dicci chi sei!”, invoca Elena Stancanelli dalle pagine di Repubblica. Ora che sei famosissima, che si parla di te oltreoceano, ora che sei una pensatrice globale, che nessuno potrà più dirti che sei un’impostore, un’impostora anche se non c’è il femminile, insomma… Adesso puoi farlo. Perché, Elena Ferrante (frana etere nel… ferale terna ne… si è tentato persino l’anagramma per sciogliere il mistero) vogliamo amarti. Consumare il tuo nome.

E nell’attesa che accada, che qualcuno alzi la mano e pronunci finalmente la frase tanto attesa – “Elena Ferrante sono io!” – proviamo a capire meglio la ragione di tanta fortuna, tralasciando per un momento la sua più immediata evidenza ovvero, sembra un paradosso ma non lo è, proprio l’assenza: la sparizione (quella dell’autrice e quella di una delle due protagoniste del ciclo, che l’altra – come noi – cerca invano nella letteratura), una sparizione che ha finito per diventare una efficace strategia di marketing, involontaria o forse studiata come ha insinuato Paolo Di Paolo qualche tempo fa sulla Stampa.

Perché i libri di Ferrante piacciono negli Stati Uniti? Perché oggi più che mai?

Forse il motivo va cercato nell’arte di costruire un romanzo-mondo, o meglio un “romanzo di una vita”, che accomuna Ferrante ai narratori americani più rappresentativi di questa generazione. Due nomi per tutti: Donna Tartt, premio Pulitzer di quest’anno, e l’osannato Jonathan Franzen, autori di romanzi ipertrofici che abbracciano l’arco di intere esistenze. Franzen addirittura non si accontenta più di raccontare una famiglia e nemmeno una generazione: il prossimo Purity si annuncia come “a multigenerational American epic that spans decades and continents” (anche la scelta dei titoli sembra concorrere a questa volontà di catalogare e definire il mondo, il “sentimento del mondo”: libertà, purezza). Romanzi-vita o romanzi-vite, appunto, che nell’apparente dispiegarsi “naturale” di una vita nascondono una sapienza drammaturgica dai millimetrici ingranaggi.

Nel caso di Elena Ferrante questi strumenti artigiani sono forgiati sulla tradizione “pop”: il feuilleton, il romanzo d’appendice; e, naturalmente, sui suoi eredi a noi più vicini: il melodramma, il fotoromanzo, la soap opera, la serie tv. In ordine sparso, si possono citare cose in apparenza distanti: Piccole donne (non a caso usato in modo ricorrente nel ciclo come modello delle due protagoniste), Cime tempestose e L’età dell’innocenza, i film di Raffaello Matarazzo o di Douglas Sirk, l’opera di Verdi e di Mascagni, il neorealismo rosa dei pane e amore.

È tutto altamente codificato nei suoi libri ma riesce a essere tutto autentico. Le facce, i luoghi, gli accenti, perfino gli odori sono veri. Ferrante si legge come una madeleine, come una sinestesia. E dunque, sì, Elena Ferrante è in qualche modo una cronista anche se, dentro la storia di due amiche (Elena detta Lenù, figlia di un usciere comunale, e Lina detta Lila, figlia di uno scarparo), una storia che dura una vita, dagli anni cinquanta a oggi, e che gravita attorno a un rione di Napoli, poche strade strette tra un benzinaio e un salumificio, troviamo aborti e figli illegittimi, verginità violate, sparizioni e segreti inconfessabili, tradimenti e vendette, donne e uomini impazziti per amore, aguzzini e morti ammazzati.

Ma qui, a ben guardare, c’è anche lo scarto. Ciò che di veramente interessante (e insidioso) fa Ferrante è costruire un mondo artificiale (un film girato in studio: la location del rione potrebbe essere un set di Fellini ricostruito a Cinecittà) per poi aprirlo alla flagranza del reale: sotto le forme rassicuranti della soap, e del romanzo di una vita, che è tutt’altro che libero nella sua codificata prescrittività, Ferrante insinua delle rotture.

Le sue pagine a volte perdono il fuoco, si smarginano, per usare una definizione cara all’autrice che è un po’ il leitmotiv del ciclo. Il fraseggio appare meno piano, elegante, le parole si fanno più ferrose, arrotate, la prosa più aspra, il dialetto spezza il fluire ondoso della lingua italiana. Accade alla pagina lo stesso fenomeno che accade a Lila:

Borbottò che non doveva mai distrarsi, se si distraeva le cose vere, che con le loro contorsioni violente, dolorose, la terrorizzavano, prendevano il sopravvento su quelle finte che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano, e lei sprofondava in una realtà pasticciata, collacea, senza riuscire più a dare contorni nitidi alle sensazioni. Un’emozione tattile si scioglieva in visiva, una visiva si scioglieva in olfattiva, ah che cos’è il mondo vero Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così. Per cui se lei non stava attenta, se non badava ai margini, tutto se ne andava via in grumi sanguigni di mestruo, in polipi sarcomatosi, in pezzi di fibra giallastra.

Dentro queste fratture, cresce come erba cattiva il nucleo irrazionale e vischioso del reale e fa irruzione la modernità. Basti pensare alla descrizione dell’ascesa della camorra – dal controllo dei piccoli esercizi commerciali di quartiere ai tossici senza orbite nei giardinetti – dentro la parabola dei perfidi fratelli Solara; oppure al terrorismo e gli anni di piombo strappati alla sociologia e visti dalla lente microscopica del rione attraverso il personaggio (anch’esso uno “sparito”) di Pasquale Peluso; o alle figure sempre inadeguate degli intellettuali (gli Airota e il vero villain del ciclo, Nino Sarratore); o ancora all’irruzione perturbante di un’identità di genere “fluttuante” nel personaggio di Alfonso Carracci (che moltiplica il gioco di rispecchiamento tra le due protagoniste), ben lontano dalla rappresentazione folcloristica del femminiello napoletano:

Il mio vecchio compagno di banco, coi capelli sciolti, la veste elegante, era la copia di Lila. La sua tendenza ad assomigliarle, che avevo notato da tempo, si era bruscamente definita, e forse in quel momento era anche più bello, più bella di lei, un maschio-femmina di quelli che avevo raccontato nel mio libro, pronto, pronta, a incamminarsi per la strada che porta alla Madonna nera di Montevergine.

E su tutto questo due figure modernissime di donne, Elena e Lila, l’una il doppio dell’altra. Una bionda e paffuta, l’altra mora, arruffata e magra come uno stecco: “Lila comparve nella mia vita in prima elementare e mi impressionò subito perché era molto cattiva” – questa la prima fulminante descrizione di Lila, una niña mala, tutta vitalità e istinto, da cui però risulta da subito impossibile separarsi. Uno specchio deformante, a volte magnificante dell’amica:

Capii che ero arrivata fin là piena di superbia e mi resi conto che – in buona fede, certo, con affetto – avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e che io avevo vinto. Ma lei se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora, rischiando attriti coi compagni di lavoro e multe, stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo visto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.

Elena sceglie di studiare e di andarsene, di scrivere. L’altra resta tenacemente avvinta alla terra come Rossella O’Hara in Via col vento, a mangiarne le radici. Ragione e sentimento, natura e cultura. Elena, la scrittrice, cerca l’altra da sé (quella che lei avrebbe potuto essere e che ha in parte negato con la scelta di andarsene), il suo doppio “nascosto” (il ciclo stesso si apre e si chiude in maniera circolare sulla sparizione di Lila), attraverso la scrittura.

Sperando che l’amica si faccia viva per impedirle di scriverla, la loro vita. E, come noi, si aggrappa alla forma rassicurante del romanzo, alle certezze dello storytelling con cui tentiamo di rappresentare le nostre vite come narrazioni sensate e concluse, talvolta epiche.: libertà, purezza, perfino. Ma così facendo si scontra con la presenza sotterranea di Lila, lotta con le forze avverse e deformanti della natura, obbligandoci a leggere nelle smarginature. Ed è proprio lì che forse, a leggere bene, troveremo scritto, cancellato e poi scritto ancora, quel mistero inconcluso: Elena Ferrante sono io.

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