21 agosto 2012 11:38

Guardate sopra, dove c’è la testata. Le lettere che compongono la parola Internazionale sono gialle, ma come chiamereste il colore dello sfondo? Non vi chiedo di identificare la tonalità, voglio solo che mi diciate in modo istintivo, usando la prima parola che vi viene in mente, che colore è.

Adesso andate a cercare l’icona di Twitter che sta laggiù da qualche parte. L’uccellino di che colore è? Non pensateci troppo: vi chiedo di nominare il colore non come adulti che hanno studiato la gamma pantone, ma come dei bambini, usando una delle dodici parole base per i colori che esistono in italiano.

Per me, sia il colore di sfondo della testata sia l’uccellino di Twitter sono

blue. Il primo è sicuramente un dark blue, con un tocco di cobalt o indigo. Il secondo, l’uccellino, si avvicina a un light blue, pur essendo un light blue piuttosto dark: in realtà, quasi un medium blue. Non so se vi ricordate (la nostra memoria informatica è notoriamente corta), ma fino a giugno di quest’anno l’uccellino Twitter era ben più light, e aveva anche un ciuffo in testa. Comunque, il concetto è questo: per un inglese come me, light blue, medium blue e dark blue sono gradazioni di un solo colore.

In italiano ci sono due modi di tradurre l’inglese blue non qualificato da altro aggettivo: blu e azzurro. Lasciamo da parte il celeste, che sarebbe sempre tradotto in inglese con un blue accompagnato da qualche notazione: light blue, sky blue, eccetera. Potrei sbagliarmi, ma scommetto che per voi il colore dello sfondo della testata Internazionale è blu, mentre l’uccellino di Twitter è azzurro. Ditemi se sbaglio.

Questa distinzione mi è stata ricordata da una trasmissione radiofonica della Bbc sulle parole che usiamo per descrivere i colori. Una volta si pensava addirittura che la limitazione di parole per certi colori in determinate lingue potesse avere una spiegazione fisiologica. Nel 1858, William Gladstone, che quando non faceva il primo ministro si divertiva a fare lo studioso di lettere antiche, ha ipotizzato che la mancanza vistosa di una parola per descrivere il colore del cielo nelle opere di Omero e la stranezza di alcuni abbinamenti nelle sue opere (il mare e i buoi sono color vino, il miele è verde, le pecore hanno la lana viola) dimostrasse che i greci antichi percepivano i colori in modo diverso da noi moderni.

Da allora la tesi evolutiva sulle nostre percezioni dei colori e le parole che usiamo per descriverli si è evoluta anch’essa. La sua espressione più famosa e sorprendente è contenuta in un libro, Basic color terms: their universality and evolution, scritto dall’antropologo Brent Berlin e dal linguista Paul Kay nel 1969. Berlin e Kay attraverso l’analisi di un vasto campione di lingue hanno constatato che:

• tutte le lingue hanno una parola per nero e un’altra per bianco;

• nelle lingue che hanno solo tre termini per i colori, il terzo è sempre il rosso;

• dopo vengono giallo e verde, non sempre in quest’ordine;

• il sesto è sempre blu/azzurro;

• il settimo è sempre marrone;

• nelle lingue con otto termini per i colori, l’ottavo sarà viola, rosa, arancione o grigio.

Berlin e Kay sostenevano anche che ogni colore ha un focal hue, cioè una gradazione riconosciuta in tutto il mondo e in tutte le lingue, come l’essenza del rosso, del verde, del giallo eccetera.

Il libro ha scatenato un dibattito tra universalisti come Berlin e Kay e relativisti che sostenevano che le parole che usiamo per descrivere i colori influenzano il modo in cui li percepiamo: sarebbe la famosa ipotesi di Sapir-Whorf.

I relativisti si fanno forte delle zone grigie tra i colori in alcune lingue. La distinzione tra verde e blu è forse quella più documentata. In vietnamita, la stessa parola viene usata per il colore del cielo e quello delle foglie. In giapponese, il semaforo verde è un semaforo blu (ao).

Detto questo, però, noi europei non sempre andiamo d’accordo sui colori. Anche io e mia moglie abbiamo delle idee diverse su dove il blu/azzurro finisce e dove comincia il verde. Ho sempre pensato che questo potesse derivare dalle mie lontane discendenze gallesi: il blu gallese, glas, copre tutta una gamma di verdi inglesi.

Il che mi riporta al blu/azzurro. Ho scoperto solo adesso che la distinzione tra blu e azzurro che esiste in italiano parte da una casualità linguistica. Secondo il Lessico etimologico italiano, blu (un termine sconosciuto a Dante come a Galileo) non è altro che l’importazione della parola francese bleu che approda prima in Piemonte per essere diffuso in tutta Italia solo a partire della seconda metà dell’ottocento. Azzurro viene invece dalla stessa radice persiano-araba della pietra lapislazzuli, ed è documentato da secoli. Dante, mi dice una concordanza online, lo usa due volte, tutte e due nel canto 17 dell’Inferno, a soli sei versi di distanza.

Dunque, l’azzurro si è rimpiccolito, poco più di un secolo fa, per fare posto al blu. Questa notizia mi fa sentire un po’ meglio. Da buon inglese, sono daltonico rispetto alla differenza fra azzurro e blu.

Vi lascio con una domanda finale, una cosa che non ho mai capito bene: per un italiano, l’azzurro è una tonalità del blu, oppure il blu è una tonalità dell’azzurro? Oppure sono due colori diversi? Può sembrare una domanda banale, ma mi affascinano le zone intraducibili delle lingue: è prova che non tutto può essere associato culturalmente, che ci sono sempre delle piccole sacche di resistenza.