01 marzo 2013 13:15

Non penso, come invece fa l’Economist, che le elezioni italiane siano state un disastro. Né che i veri vincitori (oltre al vincitore-sconfitto, Bersani) siano due clown (parole che echeggiano quelli di Peer Steinbrueck, candidato della Spd alla cancelleria tedesca). Dando del pagliaccio a Berlusconi si sottovaluta, pericolosamente, uno degli animali politici italiani più dannatamente furbi dai tempi di Giulio Andreotti (o non siamo mai usciti dai tempi di Giulio Andreotti?). E credere che il movimento fondato da Beppo Grillo non può essere preso sul serio solo perché Grillo era un comico mi sembra, come minimo, ingenuo.

Devo dire che su Grillo sono agnostico. Sono d’accordo sulla necessità di rifondare la democrazia rappresentativa, non solo in Italia, e trovo che il modello forum civico proposto dal web 2.0 sia un buon punto di partenza. Ma diffido dei culti della personalità in politica, perché in passato non hanno mai portato niente di buono. E Grillo mi sembra una persona che nega il culto della personalità proprio mentre lo alimenta. Una specie di Kennedy (per non scegliere un paragone peggiore) che dice di continuo: “No, non sono io a decidere: siete voi. A patto che decidiate le cose giuste. E decido io quali sono le cose giuste”. Per fare una battuta alla Grillo, il suo slogan potrebbe essere “Yes, we can’t”.

Ma penso anche questo:

  • Grillo sta facendo un gioco tattico perfetto in questo momento. Se uno ha raccolto tanti voti con un programma che contesta tutta una casta politica, non può scendere subito a patti con quella casta;

  • non è vero che il paese andrebbe in tilt se non si formasse subito un governo. Il Belgio è stato senza un governo per 541 giorni tra l’estate del 2010 e l’inverno del 2011, ma è stata una crisi di cui molti altri cittadini europei non si erano neanche accorti. E nemmeno molti belgi, a dire il vero.

Grillo avrà imparato sicuramente la lezione delle ultime elezioni britanniche, vinte dai conservatori di David Cameron senza ottenere la maggioranza assoluta in parlamento. La successiva alleanza con i liberaldemocratici di Nick Clegg ha salvato il culo a Cameron ma si sta rivelando un disastro per Clegg e il suo partito, che in questo momento è al quarto posto nei sondaggi dietro al partito antieuropeista Ukip. Clegg ha tradito molte delle promesse preelettorali (per esempio quella di non alzare le tasse universitarie, che invece sono triplicate), perdendo così gran parte dell’elettorato e della base del suo partito.

Grillo ha sotto il naso anche il caso Di Pietro. La Demos, un centro di studi politici britannico associato alla comunità digitale Open Democracy, ha realizzato un sondaggio tra 1.865 amici Facebook di Beppe Grillo e ha scoperto che molti grillini di oggi erano dipietristi ieri: infatti, alla domanda “Quale partito hai votato nelle elezioni 2008?” il 23 per cento ha indicato l’Italia dei valori, seguita dal Pd (21,6 per cento), dal Pdl (12,9 per cento) e dalla Lega nord (5 per cento). Davanti a queste cifre, l’implosione dell’Idv è facile da capire. Come anche l’importanza, per Grillo e il suo partito, di non fare la stessa fine, cioè di non dare l’impressione che il castigatore della corruzione sia stato cooptato dal sistema.

Le elezioni appena trascorse erano dominate dai ricatti. Il ricatto di Mario Monti e della cancelliera tedesca Angela Merkel sulla necessità di mantenere una politica di austerità, per il puro gusto di autoflagellarci. Il ricatto dell’uscita dall’euro (a questo proposito, un editoriale apparso recentemente sul Telegraph di Londra offre una prospettiva interessante sul fatto che lasciare la zona euro e svalutare non sarebbe necessariamente un disastro per l’Italia). Il ricatto di Bersani sul ritorno di Berlusconi o di Monti. Il ricatto di Berlusconi sul ritorno della sinistra o di Monti. Il ricatto dei mercati e delle banche su tutti quanti. Il ricatto istituzionale.

Rifiutare questi ricatti non mi sembra necessariamente un atto di immaturità o di mancanza di responsabilità politica. Potrebbe anche essere l’inizio di una nuova forma di politica nazionale ancora difficile da immaginare, ma sicuramente più vicina, rispetto a quella precedente, all’etimologia della parola democrazia.