Una manifestazione contro l’Unione europea organizzata dalla Lega, Roma, l’8 dicembre 2018. (Christian Minelli, NurPhoto/Getty Images)

Agli elettori sovranisti non importa se i soldi vengono da Putin

Una manifestazione contro l’Unione europea organizzata dalla Lega, Roma, l’8 dicembre 2018. (Christian Minelli, NurPhoto/Getty Images)
17 luglio 2019 10:08

Il ministro dell’interno italiano Matteo Salvini, leader della formazione nazionalpopulista della Lega, sta cercando di respingere l’accusa che uno dei suoi più stretti collaboratori abbia provato a ottenere dal Cremlino fondi per il partito. A questo punto dovrebbe essere chiaro che i partiti populisti europei possono accedere facilmente a questo genere di aiuti. Se gli elettori non lo considerano un motivo per non votarli (per il momento sembra sia così) è evidente che i populisti diventeranno sempre più sfacciati.

La notizia di un incontro nella capitale russa tra Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini, e alcuni cittadini russi con importanti contatti all’interno del governo è apparsa per la prima volta a febbraio sulle pagine del settimanale italiano L’Espresso. In quell’occasione russi e italiani avrebbero discusso un accordo per la fornitura di carburante in base al quale la società petrolifera statale russa Rosneft avrebbe venduto una certa quantità di gasolio a un intermediario italiano a un prezzo favorevole. L’intermediario, a sua volta, avrebbe venduto il gasolio all’Eni, utilizzando i guadagni per finanziare la Lega.

La settimana scorsa Buzzfeed ha pubblicato quella che ha presentato come la trascrizione fedele di una registrazione dell’incontro. Il testo contiene diversi dettagli interessanti sulla possibile struttura dell’accordo per nascondere il coinvolgimento della Russia, sulla quantità di carburante da scambiare (250mila tonnellate al mese per un anno) e sulla portata dello sconto (4 per cento), oltre a una richiesta di tangente da parte dei russi. Secondo i calcoli di Buzzfeed, gli italiani avrebbero ottenuto dall’accordo 65 milioni di dollari da utilizzare per “sostenere la campagna elettorale” della Lega.

La vera minaccia sono i politici e gli elettori convinti che a questo punto le regole non contino più nulla

Oggi come a febbraio non esistono prove che l’accordo sia stato effettivamente raggiunto, che la Lega abbia ricevuto denaro russo o che Salvini sapesse della trattativa. Un avvocato italiano, Gianluca Meranda, ha dichiarato di essere stato presente all’incontro e che la transazione non è mai stata completata. Salvini ha ribadito di non aver “mai preso un rublo, un euro, un dollaro o un litro di vodka di finanziamento dalla Russia”.

In un recente intervento su Twitter, il direttore dell’istituto russo presso il King’s College di Londra Samuel Greene ha sottolineato che per Putin è perfettamente normale offrire un sostegno economico a dei potenziali alleati. Il presidente, d’altronde, non ha alcun rispetto per le leggi europee (e neanche per quelle russe). “L’aspetto più sorprendente e inquietante”, scrive Green, “è il numero crescente di persone che fanno parte della nostra classe politica e sono disposte a vendersi. La vera minaccia sono i politici e gli elettori convinti che a questo punto le regole non contino più nulla”.

I populisti europei sono sicuramente consapevoli delle conseguenze nefaste a cui vanno incontro accettando denaro russo sotto qualsiasi forma. In alcuni paesi, tra cui l’Italia, il finanziamento illecito dei partiti non è una novità. Tuttavia, anche grazie all’attenzione suscitata dall’ingerenza russa nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, oggi chi accetta un finanziamento da parte del Cremlino ha buone probabilità di essere scoperto. Questo spiega l’evidente prudenza di Salvini e quella del finanziatore della campagna per la Brexit Arron Banks, che avrebbe rifiutato diverse offerte allettanti da Mosca.

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Ma è altrettanto vero che le conseguenze dell’operazione segreta che ha fatto cadere il governo austriaco poco prima delle elezioni europee di maggio lasciano pensare che gli elettori europei non diano molto peso alle manovre della Russia. Alcuni mesi fa il vicecancelliere austriaco Heinz-Christian Strache (all’epoca leader del Partito della libertà, partner di minoranza della coalizione di governo) è stato filmato mentre parlava con una donna che si era presentata come la nipote di un miliardario russo. In quell’occasione Strache le aveva proposto di acquistare un importante quotidiano austriaco nel tentativo di ottenere un trattamento di favore per il suo partito, invitando la donna a effettuare una donazione illecita al partito attraverso una fondazione speciale.

In seguito il cancelliere Sebastian Kurz ha costretto Strache a dimettersi e ha sciolto la coalizione di governo, ma il Partito della libertà non ha perso troppi voti. Alle elezioni europee ha infatti raggiunto il 17,2 per cento, meno del 20,5 delle elezioni generali del 2017, ma comunque un risultato sorprendentemente buono considerate le circostanze.

Strache è stato il secondo candidato più votato tra quelli del Partito della libertà, conquistando uno dei tre seggi al parlamento europeo ottenuti dalla sua formazione politica. L’ex vicecancelliere ha rifiutato il seggio dichiarando di non volersi trasferire a Bruxelles, ma in definitiva ha pagato un prezzo politico solo perché il suo partner di coalizione, Kurz, ha approfittato dello scandalo per svincolarsi da un’alleanza scomoda con l’estrema destra. In vista delle elezioni legislative di ottobre, i sondaggi danno il Partito della libertà intorno al 19 per cento.

Elettori antisistema
I numeri della Lega, nonostante lo scandalo legato alla Russia, sono in crescita. È plausibile che agli elettori populisti non interessi la minaccia del Cremlino, perché sono generalmente favorevoli a Vladimir Putin (che intelligentemente utilizza una retorica di destra quando cerca alleati in Europa) oppure perché ritengono false le notizie sui contatti con Mosca. Tra l’altro il fatto che gli scandali legati alla Russia si susseguano senza alcuna conseguenza rafforza quest’ultima percezione. Non si può gridare sempre al lupo. Inoltre gli elettori sanno che i populisti incontrano difficoltà nella raccolta fondi e dunque potrebbero essere disposti a ignorare questo genere di pratiche se sono utili alla causa antisistema.

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Ormai da tempo è evidente che le forme legali di contributo, come i prestiti bancari da Mosca per la nazionalista francese Marine Le Pen, non rappresentano in alcun modo un problema per gli elettori delle forze politiche populiste. I sostenitori della Brexit, inoltre, hanno ignorato le accuse di interferenza russa in occasione del referendum del 2016. Questo significa che se gli elettori continueranno a non prestare particolare attenzione ai legami tra i politici e il Cremlino, ai partiti basterà creare strutture legali per ricevere i finanziamenti da Putin senza correre grossi rischi. Probabilmente non sarebbe un processo trasparente, ma in fondo si tratta di una questione più tecnica che politica.

Finora l’establishment politico europeo non è riuscito a convincere un numero sufficiente di elettori che Putin sia una minaccia. È uno dei segni della debolezza generale del sistema politico. A prescindere dal fatto che il Cremlino possa o meno influenzare l’agenda politica europea, è chiaro che continuerà a cercare porte aperte e a trovarle sempre più spesso.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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