In tempi di crisi si salvi chi può

25 giugno 2010 15:30

L’economia dei paesi occidentali corre sul filo del rasoio e prima o poi si taglierà. In Europa a causa della crisi dell’euro e negli Stati Uniti dopo i disastri naturali ed economici per colpa dei quali il presidente non riesce a soddisfare le grandi aspettative suscitate in campagna elettorale.

L’occidente, vittima della seconda ondata della crisi del credito, quella del debito pubblico, sembra strutturalmente incapace di gestirla. La colpa viene attribuita all’economia globalizzata, una tigre che però non è ancora riuscita a disarcionare la finanza islamica.

Nove mesi fa la Dubai World e la Nakheel, due società di fatto statali, hanno dichiarato di non avere i trenta miliardi di dollari necessari per pagare le cedole delle loro obbligazioni. A quel punto tutti si aspettavano un intervento dell’emiro di Dubai, che però ha ammesso di non averli neppure lui. È stato un fulmine a ciel sereno. Possibile, si sono chiesti in molti, che Dubai, la Wall street d’oriente, il parco giochi dei super ricchi nonché cuore palpitante della finanza islamica, finisse per condividere l’umiliante destino dell’Islanda?

Ma chi aveva previsto la bancarotta si è sbagliato. Anche se hanno criticato la gestione economica e finanziaria di Dubai, gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto quadrato e Abu Dhabi ha garantito l’intero ammontare del debito. Questo gesto ha rassicurato i mercati e ha dato alle due imprese la possibilità di ristrutturare il debito. Due settimane fa la Dubai World ha firmato l’ultimo accordo: restituirà 4,4 miliardi nei prossimi cinque anni e i restanti 10 miliardi in otto anni. In totale i titolari delle obbligazioni riceveranno tra il 40 e il 50 per cento del credito originario.

Difficilmente la Grecia potrà fare lo stesso. Ma anche la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e l’Italia (nel gergo finanziario sono i Piigs) fanno sempre più fatica a trovare ogni mese i fondi necessari per pagare gli interessi sul debito pubblico. I mercati chiedono tassi sempre più alti. Di ristrutturazione per ora non se ne parla.

E la ragione la conosciamo tutti: l’Europa invece di fare quadrato e chiudere con discrezione, come hanno fatto gli Emirati, la crisi di solvibilità della Grecia – che ammontava ad appena nove miliardi di euro – ha perso tempo, troppo tempo. Un errore che appare ancora più sorprendente se si pensa che la maggior parte dei creditori della Grecia sono banche tedesche e francesi.

Di fronte alle difficoltà finanziarie della prima vera crisi della globalizzazione in occidente, i paesi dell’Unione europea hanno risposto danneggiandosi a vicenda. La Germania ha imposto dure limitazioni alla vendita allo scoperto (in cui il venditore cede titoli che ancora non possiede) e la Francia ha criticato questa decisione lasciando che le sue banche speculassero tranquillamente sulla debolezza dell’euro. Berlusconi nega di aver approvato al Consiglio europeo una tassa sulle transazioni finanziarie e anzi oggi sostiene di voler mettere il veto su questa decisione. La Spagna è alle corde e l’Europa le ha chiesto una politica d’austerità che equivale a far calare una mannaia sui posti di lavoro in un paese dove la disoccupazione e già oltre il 20 per cento.

Manca quello spirito unitario che fa della finanza islamica un veicolo più sicuro con cui navigare in tempi di recessione. Europa e America, culle dell’individualismo e fucine del neoliberismo, il cui carburante è l’egoistica ricerca del tornaconto personale, rispondono alla minaccia dell’insolvibilità del debito pubblico ripercorrendo una strada tristemente nota, quello del protezionismo, che trasformò la crisi degli anni trenta nella grande depressione.

La globalizzazione è diventata un far west dove non esistono regole né onore. La Fiat vuole portare a Pomigliano d’Arco la produzione della Panda, che si era impegnata a fabbricare in Polonia per ottenere i finanziamenti dell’Unione europea.

Il presidente Obama e il congresso statunitense addossano alla Bp tutta la responsabilità del disastro ecologico del golfo del Messico e pretendono dalla multinazionale britannica venti miliardi di dollari per ripulire l’area. Ma si guardano bene dall’ammettere che l’azienda incaricata delle perforazioni era americana, come americana è la tecnologia di trivellazione ad alta profondità, e che i permessi alla Bp li hanno concessi le autorità statunitensi, locali e nazionali, a cui queste operazioni fruttano consistenti entrate fiscali.

Dall’altra parte del globo la Germania si dice pronta a buttare a mare quella che considera zavorra, cioè i paesi Piigs, e lancia l’idea di un euro a due velocità.

Ormai lo slogan dei leader occidentali è si salvi chi può. E tra pochi giorni al G20 ne avremo la conferma. Sulle due sponde dell’Atlantico gli economisti hanno già cominciato la battaglia delle teorie: gli statunitensi bocciano l’austerità europea, che rischia di far crollare le esportazioni americane, e gli europei criticano il protezionismo del buy american di Obama.

Intanto i cinesi arraffano tutto quello su cui riescono a mettere le mani, dalle isole greche alle partecipazioni petrolifere.

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