29 giugno 2006 00:00

Come procede la vostra Fase 2, il piano di lavoro da svolgere in dieci settimane? È dura, vero? È difficile trovare il tempo, e ancora più difficile non dare retta a quelle vocine cattive che vi ronzano in testa. “A chi potrà interessare questa roba? È così banale.

Non la pubblicheranno mai, perché affannarsi?”. Se può consolarvi non c’è scrittore, pubblicato o non pubblicato, che non senta queste voci. Tutti abbiamo le nostre piccole abitudini autodistruttive. La mia preferita è ripetermi frasi delle recensioni negative al mio ultimo romanzo: me le ripeto all’infinito mentre cerco di scrivere un nuovo libro.

Non importa quante critiche positive abbia ricevuto; quelle che si ricordano sono sempre e solo quelle sfavorevoli. E se pensate che una stroncatura di poche righe dia fastidio, aspettate di vederne una su quattro colonne in un quotidiano nazionale!

Le vocine cattive sono la ragione per cui molti di noi sentono un irragionevole desiderio di approvazione proprio nelle primissime fasi della scrittura di un romanzo. È un momento in cui, in realtà, non ci sarebbe alcun bisogno di sottoporsi al giudizio altrui.

Quando devo scegliere quali dei vostri esercizi pubblicare in questa rubrica, ho sempre la consapevolezza che ce ne sono altre centinaia altrettanto interessanti e mi preoccupo del fatto che gli autori non citati possano offendersi o scoraggiarsi. Siccome il Daily Telegraph e Internazionale non possono mettermi a disposizione tutte le pagine, citare tutti è impossibile. E poi, come molti di voi già sanno, la cosa più importante è scrivere, a prescindere dalle spinte d’incoraggiamento mie o di chiunque altro.

Mi ricordo di quando seguivo un corso di scrittura creativa all’università dell’East Anglia. Durante una lezione discutemmo il lavoro di una brillante studentessa irlandese, Anne Enright. Adesso è una scrittrice affermata, ma all’epoca – come tutti noi – non aveva ancora pubblicato nulla, anche se dimostrava un indubbio talento.

Quella volta Anne chiese al nostro tutor, il compianto Malcolm Bradbury: “Voglio sapere una sola cosa sul mio romanzo: fa schifo?”. Sto per cominciare un nuovo libro e so che presto comincerò a pormi ripetutamente la stessa domanda, come probabilmente fate anche voi in questo momento. “Fa schifo?”. E, come voi, dovrò accettare il fatto che c’è un solo modo per scoprirlo: passare un anno (o più) a scrivere quel maledetto libro.

In giro ci sono molti scrittori che hanno un approccio più psicologico del mio. Loro potrebbero suggerirvi diversi stratagemmi per sfuggire alle domandine ronzanti e alle relative voci cattive: visualizzazioni, ipnoterapia… Io invece sono una persona molto pragmatica e continuo a insistere che la cosa migliore è buttar giù frasi su frasi e scrivere, scrivere, scrivere.

È un po’ come la dieta (è un paragone che ho già usato, ma sono convinta che sia il più adatto): un romanzo lo si scrive passo dopo passo, proprio come si perde peso giorno dopo giorno, se ci si attiene alle prescrizioni del dietologo. Ogni paragrafo che scrivete è un paragrafo in più verso la fine della prima stesura del libro.

E, proprio come nelle diete, la cosa importante è ricordarsi che ci saranno momenti difficili, in cui per ogni passo avanti ne farete due indietro. Verranno giorni in cui non riuscirete a rispettare la vostra tabella di marcia proprio come ci sono giorni in cui, pur essendo a dieta, capita d’ingozzarsi di patatine. In quei momenti sarà fondamentale non scoraggiarsi e resistere alla tentazione di mollare tutto.

Ogni volta che vi sedete alla scrivania cominciate facendo tabula rasa nella vostra mente, cioè non state a preoccuparvi se quel che avete scritto il giorno prima era una schifezza, e tantomeno se non avete buttato giù neanche una riga. Lasciate perdere le vocine cattive e in questa fase non preoccupatevi nemmeno della qualità.

Se il romanzo dovesse far schifo, verrà il tempo di riscriverne una parte più o meno lunga, di limarlo o di cestinarlo. Ma non è il caso di pensarci adesso. Ci vuole una fiducia cieca e ottimista alla Rossella O’Hara per riuscire a sedersi giorno dopo giorno alla scrivania. E anche la capacità di ripetersi ostinatamente una versione riveduta e corretta di un famoso modo di dire: “Oggi è il primo giorno del resto del mio romanzo”.

Internazionale, numero 648, 29 giugno 2006