28 settembre 2006 00:00

Dalla scorsa settimana siamo passati a occuparci di aspetti tecnici. In un mondo ideale, adesso vi esorterei a continuare a scrivere come avete fatto finora, poi vi consiglierei di prendervi una pausa di sei mesi e soltanto dopo di rimettere mano alla prima stesura, cominciando a far ordine e a levigare la prosa.

Ma il nostro obiettivo è scrivere un romanzo in un anno, e comprimere in dodici mesi questo lungo processo di scrittura ha, ovviamente, degli svantaggi (non ultimo, il fatto che arriverete a un punto – se già non ci siete – in cui il vostro unico desiderio sarà quello di accantonare tutto quanto).

E in effetti, se fossi al vostro posto, avrei già una gran voglia di fare una sosta. Nel mio caso, i periodi di scrittura intensa vanno e vengono come onde. Mi ritaglio una fetta di tempo – minimo un mese e mezzo, massimo tre – in cui scrivo come una pazza; alla fine, sono esausta e arcistufa.

Come tutti i genitori che lavorano, mi lagno delle vacanze scolastiche (come diavolo ci si organizza?), quando in realtà non c’è niente di meglio che fermarsi un attimo e portare i bambini allo zoo abbuffandosi di gelato. Avete appena finito il vostro piano di lavoro in dieci settimane e spero che molti di voi siano comunque riusciti a riposarsi un po’, o che abbiano in programma di farlo nell’immediato futuro.

D’accordo, in teoria dovrei costringervi con la frusta a lavorare senza tregua, obbligandovi a fare i compiti tutte le settimane e ripetendovi che è essenziale scrivere ogni sacrosanto giorno. Però sarei una vera ipocrita, dato che sono la prima a non farlo.

Anche quando si profila una scadenza con l’editore, sono capace di andare avanti per settimane senza scrivere nemmeno una riga: perché devo occuparmi dei figli o perché ho altri impegni di lavoro oppure, semplicemente, perché non so cosa scrivere, come continuare, e più ci penso e più mi sento sprofondare nelle sabbie mobili.

È una situazione che preferisco non chiamare “blocco dello scrittore”. Le conferirei uno status che non ha e, soprattutto, credo sia più corretto parlare di “pantano dello scrittore”. Quando mi capita, divento sempre più cupa e mi convinco che non scriverò mai più nulla. Poi, non si sa da dove, ecco balenare un lampo di energia. Senza nessun motivo apparente, ogni cosa va al suo posto e mi ritrovo catapultata in un nuovo periodo in cui scrivo freneticamente, a volte decine di cartelle al giorno.

Se c’è qualcuno di voi che procede in modo più regolare, buon per lui! Dato che siete nuovi del mestiere, il problema per voi potrebbe essere capire se il momento d’arresto dipende dal bisogno di staccare mentalmente o dall’eccessiva fatica dovuta al troppo lavoro. Siete gli unici in grado di giudicare e, per riuscirci, basta che siate onesti con voi stessi. Se decidete di concedervi una tregua, stabilite una data precisa in cui la pausa dovrà concludersi tassativamente e da quel giorno rimettetevi alla scrivania.

Potete sempre lasciare in sospeso i nostri esercizi e ricominciare a farli più avanti, oppure limitarvi a seguire la rubrica senza scrivere nulla. Se non vi va di mettere temporaneamente in congelatore il cervello, allora leggete. Non solo libri in qualche modo legati al vostro, ma anche cose che non c’entrano nulla.

All’inizio di questa avventura vi ho spiegato quanto sia importante leggere con voracità, non solo testi che vi possono servire per raccogliere materiale, ma anche romanzi che potrebbero offrirvi nuovi spunti o insegnarvi qualcosa.

Una volta, per uscire da un pantano dello scrittore, mi sono data una spinta leggendo un libro molto vecchio e davvero interessante. Mentre lo divoravo, pensavo: “Sì, si fa così (o no, non si fa così)”. Spesso le risposte si nascondono nei posti più strani.

Visto che vi ho appena autorizzato a prendervi una pausa, come va con le descrizioni del tempo? Mentre scrivo queste righe seduta in un caffè, un irritante chansonnier francese miagola dagli altoparlanti e la pioggia gronda fitta fitta sulla tenda rossa della terrazza. Spesso, per una descrizione, non c’è bisogno di nient’altro, basta una frase. La prossima volta commenteremo insieme alcune delle vostre.

Internazionale, numero 661, 5 ottobre 2006