16 novembre 2006 16:01

Siete nel panico perché vi sembra di aver scritto meno di quanto avreste voluto? Oppure perché il vostro materiale è un gran casino e siete convinti che non assumerà mai la forma di un vero romanzo? Vi capisco. Quando ho cominciato questa rubrica, avevo l’impressione che un anno fosse più che sufficiente per discutere le innumerevoli questioni legate alla stesura di un romanzo, e invece eccoci qui: è autunno e nelle vetrine spuntano già gli addobbi di Natale.

Prima di abbandonare l’argomento “prosa stilistica”, devo dirvi ancora una cosa a proposito del linguaggio metaforico: nel dubbio, non usatelo. Una frase semplice può essere bellissima, proprio come una metafora azzeccata. Una metafora malriuscita, invece, rischia di far inciampare il lettore. “I suoi occhi corsero per la stanza”.

No, non è vero! Gli occhi non corrono. In uno dei miei primi racconti descrivevo un uomo che, in una sera di primavera, s’incamminava verso casa: “Le primule ammiccavano tra gli arbusti”. Esatto, ho scritto proprio questa frase. Ma cosa si erano messe in testa quelle primule svergognate? Insomma, se per un motivo o per un altro il senso letterale di una metafora è comico o patetico, lasciate perdere.

La settimana scorsa vi ho chiesto di dirmi quale fosse la vostra maggiore difficoltà tecnica e, in cerca di suggerimenti, ho rivolto la stessa domanda ad alcuni amici scrittori. Douglas Kennedy se n’è uscito con un ottimo spunto: l’esposizione. Se siete alle prime armi, potreste non averne mai sentito parlare; ma se leggete romanzi, vi ci sarete imbattuti più volte.

Vi siete mai chiesti perché molti libri sembrano partire a rilento? O vi è mai capitato di leggere un romanzo, magari anche interessante, e di accorgervi a pagina 50 che la storia non è ancora decollata? Ecco, in questo caso l’esposizione è zoppicante.

Per esposizione s’intende l’uso delle spiegazioni e dello sfondo. In termini di scrittura narrativa, è la sensazione di dover assolutamente spiegare qualcosa che riguarda un personaggio per permettere al lettore di capirne certi comportamenti.

Nel caso di biografie o autobiografie, il procedimento è più o meno scontato: i personaggi famosi raccontano la loro infanzia nei minimi particolari prima di concedere qualche briciola sugli anni che c’interessano di più. Spesso anche i romanzieri ci obbligano a fare lo stesso percorso pensando che, se non raccontano tutto quello che ha fatto il personaggio prima del momento in cui comincia la storia, sicuramente non capiremo nulla.

Kennedy lo spiega bene: “Tutti i romanzi partono da un punto che, di solito, è parecchio dopo la nascita del personaggio principale o del narratore. Questo significa che c’è sempre una storia prima della storia che si sta leggendo, una sorta di ‘prestoria’. Ma se rifili troppi dettagli al lettore rischi di annoiarlo, invece di catturarlo; se al contrario non ne racconti abbastanza, ti ritroverai con dei personaggi piatti”.

Per uno scrittore alle prime armi, quindi, il problema è capire quali antefatti siano necessari al lettore. Con certezza quasi assoluta, la risposta è: qualcuno in meno di quelli che a voi sembrano indispensabili. O, in alternativa, ce ne sono alcuni che possono essere rivelati più avanti.

Se è essenziale sapere che la madre di Tizio è morta in un incendio quando lui aveva sei anni (tragedia che permette di capire il trauma del personaggio), non è affatto indispensabile descrivere la disgrazia quando il lettore incontra il protagonista per la prima volta. Vi ho già detto che non dovete raccontarci per filo e per segno com’è l’aspetto fisico di Tizio; sappiate che lo stesso vale per l’aspetto psicologico.

Sentimenti e trascorsi possono aspettare: li svelerete solo quando la storia principale sarà stata introdotta. In questo modo non rallenterete l’avvio della trama e vi riserverete i flashback più importanti per movimentare il racconto. Ma non dimenticate: la storia principale dev’essere abbastanza interessante da stare in piedi da sé.

Se dipende dagli antefatti, se dovete continuamente spiegare perché i protagonisti agiscono in un certo modo, potrebbe voler dire che l’idea alla base del romanzo non regge e che state cercando di compensare questo difetto riempiendo i buchi. Se è il vostro caso, vi consiglio di ricominciare da capo.

Torneremo più avanti sulla trama; nel frattempo, nelle prossime settimane, affronteremo gli aspetti tecnici che considerate più difficili.

Internazionale, numero 668, 16 novembre 2006