18 gennaio 2007 16:14

C’è stato un malinteso a proposito dell’esercizio sul punto di vista della narrazione. Nessun problema, è un argomento particolarmente complesso ed è facile confondersi. La colpa è anche mia: quando vi ho chiesto di riscrivere lo stesso brano, ho usato l’espressione “punti di vista”.

Quello che volevo in realtà era che cambiaste il punto di vista narrativo in senso grammaticale, cioè che passaste da “io” a “lui” o “lei”, oppure il contrario. Invece alcuni di voi hanno capito di dover riscrivere la stessa scena secondo i punti di vista dei diversi personaggi. Anche così, comunque, i risultati sono stati interessanti.

Kristin ha mandato un brano che ha per protagonista un’adolescente di nome Sadie: “Direi che sì, ero proprio una tipa vulnerabile, avevo avuto i miei casini con la droga, con l’alcol e con il sesso. Ma in fondo, a chi non è successo?”. Ed ecco la voce della madre di Sadie: “È così vulnerabile, mia figlia, però ormai ha chiuso con la droga e il bere, più o meno, e anche nella scelta dei ragazzi va meglio”. Un vantaggio di quando si hanno più punti di vista è la possibilità di giocare con le voci. Sadie e sua madre hanno ognuna il proprio linguaggio, e la parola “vulnerabile” assume sfumature diverse a seconda di chi la pronuncia.

Altri hanno svolto l’esercizio descrivendo lo stesso evento in maniere diverse. Per esempio, Jan descrive un buffo incontro tra un giovane di nome Nigel e una signora molto più vecchia e ben in carne. Prima lo descrive in terza persona: “La donna si impegnò per qualche istante in una strenua lotta con il reggiseno; alla fine riuscì a slacciarlo e le signorine Puah ricaddero liberamente. Poi si fece avanti decisa. Nigel si sentiva schiacciato, soffocato”.

Riscritto in prima persona, il brano suona diverso: “Una volta levato il reggiseno, nulla poteva più fermarla. Per chi mi aveva preso? Per un volontario? Chissà se si accorgeva che stavo diventando cianotico. No, aveva in mente una cosa sola”. Mi piace di più la prima versione, perché la descrizione delle signorine Puah che ricadono liberamente è irresistibile.

DtheR osserva con acutezza: “Dall’esercizio si deduce che ogni prospettiva esclude alcuni aspetti della storia. Che in prima persona si perda qualcosa è ovvio; alla terza, invece, la bravura dello scrittore sta nell’omettere il maggior numero possibile di particolari, mantenendo però un filo narrativo comprensibile, interessante e divertente”.

Rassegnatevi: qualunque stile narrativo scegliate, qualcosa andrà perso. Italo Calvino scrisse un intero romanzo (Se una notte d’inverno un viaggiatore) in seconda persona. Pur essendo molto divertente come esperimento letterario, come romanzo lascia piuttosto a desiderare.

Se avessimo più tempo, vi chiederei di scegliere un passaggio del vostro romanzo e di fare qualche esercizio sull’uso dei tempi verbali. Il presente, infatti, conferisce un’immediatezza quasi tangibile, però non ha senso usarlo quando si scrive un racconto dall’andamento più ampio o elegiaco.

Ancora una volta, l’unico modo per rendersi conto della differenza è provare: così capirete senza ombra di dubbio quali scelte fare e perché, e quali effetti potrebbero avere sul lettore.

Lo stile della narrazione è un argomento molto complesso e ci vorrebbe almeno un anno per affrontarlo adeguatamente. In linea generale, se siete alla prima stesura, secondo me non dovreste spaccarvi la testa più di tanto: fate semplicemente quello che vi viene più spontaneo.

Se invece siete già alla seconda stesura, provate a infondere un po’ di vita nella storia e nei personaggi con esperimenti in prima e in terza persona, al presente e al passato. Questi tentativi potrebbero dare nuova linfa al vostro lavoro e offrirvi una prospettiva inedita su quello che state cercando di fare.

Il nostro prossimo obiettivo è la riscrittura. Per questo vi chiedo di riprendere in mano il vostro libro e di scegliere il pezzo che vi piace di più. Sì, proprio quel passaggio che non smettereste mai di rileggere, quello che vi fa sospirare e dire: “Be’, la strada è lunga, ma almeno questo è a posto”. Speditemelo.

Lo so, è un po’ come chiedervi di prendere il vostro bambino appena nato, portarlo in cima a una montagna e lasciarlo in balia dei lupi. Mi state offrendo il vostro brano prediletto solo per rischiare di sentirvi dire: “Spiacente, per me non funziona”. Imparare ad accettare le critiche è la lezione più difficile di tutte.

Internazionale, numero 676, 18 gennaio 2007