Jeremy Corbyn a un dibattito per la leadership del Partito laburista a Birmingham, il 18 agosto 2016.

Perché Jeremy Corbyn non convince fino in fondo

Jeremy Corbyn a un dibattito per la leadership del Partito laburista a Birmingham, il 18 agosto 2016.
24 settembre 2016 10:25

Un anno fa, quando Jeremy Corbyn fu eletto leader del Labour, da sostenitore del partito fui tra coloro che lo votarono. Corbyn appariva una grande occasione. Era un pacifista radicale e contrario all’austerità. Reduce da trent’anni di campagne sociali, aveva il carisma di un venerabile outsider.

Anche Ed Milliband, il leader uscente, aveva un cuore a sinistra e aveva traghettato il partito fuori dell’era postblairiana. Ma non era mai riuscito ad accendere veri entusiasmi. Corbyn, al contrario, aveva catturato l’interesse di giovani attivisti, scatenato una “corbynmania” e indotto migliaia di persone a iscriversi al Partito laburista pur di votare per lui alle primarie. Quel tipo di mobilitazione sembrava una possibile via per superare lo stallo della sinistra britannica, e magari non solo britannica: una stagione in cui i concetti di partito e movimento tornavano in grado di sciogliersi e unirsi.

La mia scelta non era esente dai dubbi e mi costò una crisi di coppia. Il mio compagno, iscritto al Labour da vent’anni, non la vedeva come me. Predisse anzi con tono lugubre che, con la sua posizione da europeista tiepido, Corbyn avrebbe causato l’uscita del Regno Unito dall’Europa.

Ma il referendum sulla Brexit sembrava ancora lontano. Continuai a sperare in Corbyn anche quando, nelle prime settimane di leadership, infilò una serie di gaffe politiche. Il governo ombra senza donne; Corbyn che conferisce e toglie incarichi nel partito senza neppure avvertire gli interessati; rifiuta di cantare l’inno nazionale e di seguire i cerimoniali agli eventi ufficiali. Corbyn che in parlamento si limita a leggere le domande per il primo ministro raccolte via email da cittadini qualunque – una trovata assai modesta. Per i sostenitori, erano conferme che Corbyn non era un “politico come gli altri”. Per gli scettici, erano segni che Corbyn non era maturato nel suo nuovo ruolo di leader, mancava di competenze politiche, e si era circondato di una squadra poco preparata.

Sabato 24 settembre, dopo un anno travagliato e una lotta interna al partito sfociata in nuove primarie, si saprà se Corbyn sarà confermato leader. Tutti i sondaggi dicono di sì. Dal canto mio, questa volta non ho votato per lui.

Problemi di comunicazione
Il movimento di massa che sembrava crescere intorno a lui non si è mai concretizzato. È vero che gli iscritti al partito sono aumentati, e Corbyn è appoggiato da alcune centinaia di migliaia di sostenitori online – quelli che gli permettono di vincere le primarie. Però, Momentum, l’associazione di attivisti che fa da braccio “di movimento” alla squadra di Corbyn, è rimasta un gruppo ristretto e dal carattere settario.

Il consenso per il Labour nel frattempo è crollato; il partito è ai minimi storici dagli anni ottanta, con uno svantaggio tra gli undici e i sedici punti percentuali rispetto ai tory, a seconda dei sondaggi. Addirittura, in un sondaggio estivo di YouGov, circa un terzo degli stessi elettori laburisti preferiva come primo ministro Theresa May, leader dei conservatori, piuttosto che Corbyn.

Perché l’entusiasmo per Corbyn non è mai andato oltre i numeri di un anno fa, e il paese non si è innamorato di lui? Non può essere solo per l’ostilità degli oppositori e di molta stampa. Né per la tradizionale tendenza della classe media soprattutto inglese verso scelte conservatrici. Sadiq Khan a Londra, e i sindaci di sinistra che governano altre città del paese, hanno superato gli stessi scogli.

Corbyn si è dimostrato un personaggio con molti chiaroscuri. Pieno di ideali sinceri e solidali, eppure al tempo stesso bizzoso. Professa il dialogo ma sfugge alle contestazioni, si sottrae indispettito alle domande dei giornalisti. Fa proclami di unità, ma non ha fatto molto per bloccare le voci di “deselezione” dei parlamentari moderati (che prima di ripresentarsi in circoscrizioni già vinte in precedenza sarebbero costretti a chiedere il via libera agli attivisti locali, ovvero ai corbynisti). Non ha reagito con prontezza alle accuse di antisemitismo, sessismo, bullismo che sono piovute sul Labour nell’ultimo anno, a causa di una frangia di suoi sostenitori. Ha snobbato importanti talk show politici ma in compenso ha fatto strambe comparsate in programmi comici. Durante una delle tante crisi di immagine, a causa di un problema con la Virgin trains, si è reso irreperibile perché, secondo diverse fonti, era impegnato a cucinare marmellate.

Nel pieno della campagna per il referendum sulla Brexit, Corbyn è andato in vacanza

Forse l’elettore medio britannico non diffida di Corbyn solo perché è di sinistra; forse pensa che sia una specie di lunatico. Quanto a me, fino a giugno, ero ancora dalla sua parte. Era giusto aspettare che avesse l’occasione di affrontare una prova seria, dimostrando una volta per tutte se era all’altezza del suo ruolo. Poi quella prova è arrivata.

Nel pieno della campagna per il referendum sulla Brexit, Corbyn è andato in vacanza. Il Labour era assente dai dibattiti sul referendum e, ancora a una settimana dal voto, un terzo di elettori laburisti non sapeva quale fosse la posizione del partito.

Un’impietosa ricostruzione dell’Huffington Post britannico, pochi giorni dopo il referendum, ha mostrato che, pur concordando con il sostegno del Labour al remain, Corbyn è rimasto indeciso sul messaggio preciso da dare. Ha lasciato che la sua squadra gestisse in modo pasticciato la campagna, in alcuni casi sabotandola, in contrasto con la posizione ufficiale del partito.

Jeremy Corbyn a Burston, nel Norfolk, il 4 settembre 2016.

Il risultato è che il 37 per cento degli elettori laburisti ha votato per l’uscita dall’Europa. È avvenuto soprattutto nel nord dell’Inghilterra, dove il Labour, pur essendo il riferimento tradizionale della classe lavoratrice, non sta catalizzando il disagio sociale, assorbito invece dai nazionalisti dell’Ukip. Difficile dire se una campagna più decisa di Corbyn sarebbe bastata a cambiare il risultato del referendum. Ma quanto accaduto va oltre il merito del voto. Come ha scritto in seguito Sadiq Khan: “Quello del referendum è un test che Jeremy ha fallito del tutto. E perché le cose dovrebbero andare diversamente alle elezioni per il governo?”.

Ad aggravare il fallimento c’è stato il rifiuto di Corbyn di assumersi responsabilità. All’indomani del voto rispondeva con sorpresa, come incapace di vedere qualsiasi collegamento, a chi gli chiedeva se si sarebbe dimesso.

È stato allora che i parlamentari laburisti devono aver sentito di trovarsi in un vuoto di leadership. Devono averlo sentito come una scossa. Quattro quinti di loro, 172 deputati, hanno votato una mozione di sfiducia contro Corbyn. In quei giorni, un dettaglio che colpiva erano i racconti di coloro che prima di votare la sfiducia cercavano di entrare in contatto con il leader, senza riuscirci. Corbyn non si faceva trovare. La comunicazione non sembra il suo forte.

Con un leader diverso, dopo il disastro della Brexit, con un governo in rotta e i tory dilaniati dalla guerra per la successione a Cameron, il Labour sarebbe schizzato in testa ai sondaggi; avrebbe potuto chiedere elezioni immediate. Invece, i conservatori hanno avuto il tempo di ricompattarsi attorno a Theresa May. Il volto del Regno Unito post Brexit intanto resta incerto. I cittadini europei che vivono nel paese non hanno garanzie, mentre il timore di molti è che i conservatori, fuori dell’Europa, imporranno una deriva ancora più neoliberista e punitiva per i lavoratori. Di sicuro, i conservatori non temono che questa opposizione abbia la forza di contrastarli o minacciarli nei sondaggi.

Lotta intestina
Per molti corbynisti, la graduale perdita di peso politico del Labour non sembra un problema. Spesso, parlando con loro, si percepisce un disinteresse per la storia e i valori del Labour. Sono galvanizzati dall’idea di entrare nella stanza dei bottoni di un grande partito, ma incuranti dei suoi destini elettorali. I veri nemici di fatto non sono i conservatori, la battaglia in corso non è per il governo: la battaglia è anzitutto contro i laburisti non corbynisti. Ed è una battaglia che spesso assume una tipica mentalità antisistema.

Il sistema, l’establishment, in questo caso includerebbe la totalità dei mezzi d’informazione, incluso un giornale come il Guardian (che pure ha ospitato opinioni sia contrarie sia favorevoli a Corbyn) e le varie voci di politici e artisti secondo cui il Labour, sotto la guida di Corbyn, è in un vicolo cieco. Quando la scrittrice J.K. Rowling ha espresso su Twitter il suo sostegno a Owen Smith, l’attuale contendente per la leadership, si è presa la sua razione di insulti e trolling.

I semi di populismo tra chi sostiene Corbyn sono stati spesso denunciati – a partire dalla presunta assolutezza del “mandato democratico” da parte di chi ha votato online alle primarie, che renderebbe nullo il dissenso della “élite” dei parlamentari. È una questione di democrazia che interroga i partiti, soprattutto di sinistra, non solo nel Regno Unito: a chi appartiene un partito? Ai suoi parlamentari eletti o a un gruppo di attivisti online che stravolge il risultato delle primarie?

Dopo la Brexit, chi impedirà al Regno Unito di trasformarsi in un paese isolato e xenofobo?

Ma l’ottica dello scontro tra sistema e antisistema, in realtà, suona qui insufficiente. La prospettiva che mi preme è di tipo più pratico. Forse ho raggiunto quel momento in cui tanti animi di sinistra, invecchiando, diventano moderati e fin troppo realisti. Forse per questo ho smesso di votare per Corbyn. O forse, nell’inquietante senso di spaesamento del dopo Brexit, voglio solo sapere chi difenderà i diritti dei cittadini europei come me; voglio sapere chi impedirà al Regno Unito di trasformarsi in un paese isolato e xenofobo; chi lotterà contro le tentazioni neoliberiste del governo May; chi aiuterà le fasce a reddito medio-basso, me incluso, a continuare a pagare l’affitto. Non si tratta solo di essere percepiti come una forza che può, e vuole, ambire al governo. Si tratta della capacità di influenzare il dibattito politico e di essere presi sul serio.

A un anno dalla sua elezione il carattere di Corbyn sembra ancora quello di un attivista cane sciolto. Ha fatto alcune cose importanti, come quando ha dato guerra al governo sul progetto di tagliare i sussidi per i cittadini disabili. Ma i suoi spazi di manovra sono sempre più esigui. Anche vincendo di nuovo le primarie, è un leader delegittimato. Il suo partito sembra andare verso una scissione.

Owen Smith, il deputato gallese che ha sfidato Corbyn per la leadership, non sarà un fascinoso rivoluzionario e potrebbe non essere la risposta definitiva ai travagli del Labour. Ma ha detto cose di sinistra sensate e realizzabili. All’ultimo dibattito per la leadership, Corbyn ha risposto con i suoi appelli a una società più equa, appelli che suonano bene e strappano applausi. Ma restano purtroppo generici e non dicono nulla su come pensi di arrivare al governo.

pubblicità

Articolo successivo

Una dieta scandalosa
Claudio Rossi Marcelli