La prima ministra britannica Theresa May al congresso dei conservatori a Birmingham, il 5 ottobre 2016.

Il Regno Unito dopo la Brexit ha un volto poco piacevole

La prima ministra britannica Theresa May al congresso dei conservatori a Birmingham, il 5 ottobre 2016.
11 ottobre 2016 10:55

Qualcosa di straordinario e sinistro sta accadendo nel Regno Unito. Dopo i mesi di limbo seguiti allo shock del referendum sulla Brexit, il nuovo volto del paese – quello che avrà una volta fuori dell’Europa – ha cominciato a definirsi. E per adesso non ha tratti molto piacevoli.

A disegnare questo nuovo volto è anzitutto la leader conservatrice e prima ministra Theresa May. Durante il congresso annuale dei tory che si è tenuta a Birmingham, la premier ha tracciato la sua visione per la nuova società britannica.

Passate le divisioni della campagna per il referendum, il congresso ha chiarito che la Brexit è diventata la fede assoluta del governo: quando Theresa May ha annunciato che il processo formale di divorzio dall’Unione europea comincerà entro marzo, la notizia è stata accolta con grande entusiasmo.

May ha anche ribadito che il controllo dell’immigrazione – ovvero il divieto di libera circolazione per i cittadini europei che vengono nel Regno Unito – sarà il cardine di ogni trattativa con l’Europa. L’intero congresso tory ha abbracciato una retorica antimmigrazione e le figure di spicco del governo hanno gareggiato nel lanciare proposte in questo senso, inclusa una drastica riduzione degli studenti stranieri ammessi nel Regno Unito.

Opinione pubblica raggelata
Amber Rudd, ministra dell’interno, ha dichiarato che bisogna mettere al primo posto “gli interessi della gente britannica” e ha proposto che ogni azienda del paese renda pubblico il numero dei suoi dipendenti stranieri, in modo da “svergognare” le aziende che non assumono abbastanza britannici.

La proposta ha raggelato l’opinione pubblica liberale e conquistato le prime pagine, con toni di giubilo sui tabloid populisti di destra, e di preoccupazione sui giornali moderati. In un video diventato subito virale, si vede un conduttore della Lbc, popolare emittente radiofonica di commenti politici, mentre legge un brano di un discorso che suona simile a quello di Amber Rudd, salvo poi rivelare che si tratta di un brano del Mein kampf.

Le polemiche hanno spinto il governo a fare marcia indietro, ma sarebbe un errore pensare che si sia trattato di un isolato passo falso. Un sondaggio di YouGov ha mostrato che il 59 per cento dei britannici appoggia l’idea di Rudd. Ed è significativo il commento del principale finanziatore del partito nazionalista Ukip, l’imprenditore Arron Banks: “È bello che certe idee, considerate finora marginali, siano ora diventate senso comune”.

La visione di May – definita ‘maysmo’ da un commentatore del Times – ha l’ambizione di rimodellare la società britannica

In molti, inclusa la leader scozzese Nicola Sturgeon, hanno accusato i tory di usare un linguaggio uguale a quello dell’Ukip. Con la sua virata a destra e il “pugno di ferro” su immigrazione e trattative europee, il governo cavalca il nuovo clima sociale successivo al referendum.

A Birmingham, d’altro canto, Theresa May ha affrontato anche altri temi. Ha parlato di economia e stato sociale, aprendo in questo caso a posizioni di centro e perfino, almeno in apparenza, di sinistra. Ha avanzato proposte per aumentare la spesa pubblica, rompendo con la tradizionale avversione tory per l’investimento statale. Ha parlato di diritti dei lavoratori, di difesa dei consumatori e di giustizia sociale. Ha criticato i grandi poteri economici, la politica monetaria e le “élite metropolitane” che non capirebbero le ansie della “gente comune”. Ha lodato i valori patriottici.

Quadratura del cerchio
In pratica, ha confezionato una visione politica che include posizioni di estrema destra sull’immigrazione, posizioni di apparente centrosinistra sull’economia, condite da dosi di populismo e nazionalismo. In questo modo conta di sottrarre elettori da un lato all’Ukip e dall’altro al Labour, già in disfatta per i suoi travagli interni.

Soprattutto, la visione di May – definita “maysmo” da un commentatore del Times – ha l’ambizione di rimodellare la società britannica. Una straordinaria quadratura del cerchio capace di intercettare, perfettamente, le inquietudini della maggioranza che ha votato per la Brexit. I principali nemici restano ovviamente l’Europa, con la sua libertà di movimento dei lavoratori, e più in generale la società globalizzata, troppo aperta e troppo complessa.

Ciò che risulta sinistro in questa visione è il filo diretto che viene teso tra giustizia sociale e attacco all’immigrazione. Le proposte antimmigrati fatte a Birmingham sono emblematiche di un approccio che pensa a una società postglobale, in cui la retorica preferita è quella della protezione delle comunità locali.

Questa protezione appare certo giusta e necessaria. Un posto di lavoro dovrebbe essere disponibile anzitutto per i componenti della comunità locale, ma il criterio per stabilire chi appartiene alla comunità può essere davvero la nazionalità? In questo modo non si superano gli aspetti problematici della globalizzazione; si creano invece spaventose tensioni regressive.

Dopo la prima fase di incredulità, Londra pare essersi rassegnata all’incubo della Brexit

Per i tre milioni e mezzo di immigrati europei, italiani inclusi, che vivono nel Regno Unito, il nuovo corso del governo apre l’ennesima crepa psicologica con il paese che li ospita. Notizie di aggressioni xenofobe si sono susseguite per tutta l’estate, culminate nel pestaggio mortale di un cittadino polacco a Harlow, una cittadina a nord di Londra.

Alcuni casi di “immigrati di alto profilo” che hanno deciso di andarsene sono diventati simbolici: come il direttore del Victoria & Albert Museum (uno dei principali musei di Londra), il tedesco Martin Roth, che si è dimesso in polemica con la “retorica di guerra” del referendum. La sua assunzione era stata un simbolo del carattere internazionale di Londra. Le sue dimissioni sono un segno che quel carattere è in pericolo.

Quanto a Londra, la capitale cosmopolita che ha accusato con più forza lo shock del referendum, il sindaco Sadiq Khan ha espresso varie volte la proposta di istituire visti esclusivi per la città. Tali visti consentirebbero ai lavoratori europei e stranieri di continuare a venire a Londra anche in caso di pesanti cambiamenti nelle leggi nazionali sull’immigrazione.

Dopo la prima fase di incredulità, Londra pare essersi rassegnata all’incubo della Brexit, divenuta una sorta di crisi sistemica, di sottofondo, accanto alla crisi immobiliare e al rischio terroristico. Ma ora che l’obiettivo guida della Brexit è più esplicito – smantellare determinati aspetti della globalizzazione, a partire dalla mobilità della forza lavoro – si trova sotto attacco il modello stesso di vita della capitale, ciò che ha determinato la sua prodigiosa crescita economica e culturale negli ultimi vent’anni.

I segnali economici, sia a Londra sia nel resto del paese, restano contraddittori. L’occupazione e i consumi finora hanno retto. In compenso la sterlina è crollata ai minimi dagli anni ottanta e gli esperti si aspettano un aumento dei prezzi dei beni importati. Le previsioni di crescita economica per il prossimo anno sono state ridotte, e Philip Hammond, il ministro delle finanze, ha ammesso che ci saranno “montagne russe” nel futuro prossimo. Molti investimenti restano fermi in attesa di vedere cosa accadrà.

Come in un romanzo di spie
La realtà raccontata solo in parte da May e dai suoi ministri è che l’esclusione dal mercato unico europeo – che sarà una conseguenza del divieto di libera circolazione dei cittadini stranieri – farà entrare il Regno Unito in acque del tutto inesplorate. Le pulsioni politiche alla base della Brexit continuano a prevalere sulle cautele economiche. I politici sostenitori della hard Brexit, ovvero di un distacco radicale dall’Unione, hanno ripetuto per mesi come un ritornello che accetteranno volentieri di ritrovarsi più poveri, se questo servirà a fermare l’immigrazione. Ma a ritrovarsi più poveri saranno, inevitabilmente, i lavoratori che il governo sostiene di voler proteggere.

Gli uffici del dipartimento governativo che dovrà gestire i negoziati per l’uscita dall’Europa (Department for exiting the European union) lavorano intanto a pieno ritmo. Il Regno Unito e l’Unione dovranno contrattare, punto per punto, un divorzio senza precedenti. L’Economist l’ha chiamato “il divorzio più complesso del mondo”, e sarà un divorzio senza amore. Merkel e Hollande hanno risposto con toni di forte polemica alla svolta di May. La “retorica di guerra” si fa sempre più evidente.

In questi giorni, il governo britannico ha rifiutato di assumere come consulenti alcuni accademici della London school of economics, studiosi di politiche europee, perché non sono cittadini britannici (nel timore, pare, che venissero in contatto con informazioni sensibili sui negoziati). Quasi come in un romanzo di spie. Per la prima volta in decenni, gli interessi del Regno Unito e quelli dell’Europa si trovano in aperto, brusco contrasto.

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