24 dicembre 2020 10:39

C’è sempre qualcosa di pericolosamente stucchevole nei saluti di Natale. Enfatizzazioni giornalistiche, banalizzazioni spirituali, smancerie familiari, speculazioni identitarie, strumentalizzazioni politiche, degenerazioni commerciali hanno da tempo sfigurato il cosiddetto “spirito della festa” rendendolo irriconoscibile sotto una coltre di retorica e di merci da consumare. Ogni Natale è così, sempre di più. Ma non questo Natale. Questo è il Natale della pandemia, delle solitudini, dei confinamenti, del dolore individuale e collettivo. Dello strazio delle assenze, delle improvvise distanze e delle insopportabili separazioni. E dunque abbiamo bisogno di tutte le nostre risorse, anche di quelle che avevamo accantonato ritenendole consunte e inefficaci.

Magari ricominciando a interrogarci su cosa sono davvero questi giorni e perché l’umanità da sempre vi ha costruito intorno riti particolari. Ci sarà una ragione – ha fatto notare Carlo Rovelli – se nei giorni più brevi, freddi e duri dell’anno gli uomini, ancor prima che lo prescrivessero le religioni, hanno sempre avvertito il desiderio di avvicinarsi, di stringersi, di riunirsi. Nei giorni in cui il sole in cielo fatica ad alzarsi, sulla terra si celebra la spinta a non separarsi, a non disperdere legami e calore. Qualcosa di così antico e profondo che nemmeno la peggiore compulsione consumista (o il riscaldamento globale) sono riusciti a seppellire del tutto. O almeno questa è la speranza – anzi la necessità – di questo Natale. Abbiamo imparato, con molta fatica e mai definitivamente, che quei gruppi potevano essere più larghi di una famiglia o una tribù. Abbiamo sintetizzato in un sentimento un po’ astratto –solidarietà – quella qualità umana. Ma al fondo c’è un’intuizione o un’aspirazione antica e combattiva, cui solo il più grande dei poeti poteva dare un nome quando, contro il fato della natura matrigna (una catastrofe naturale o un morbo), invocava “la social catena” degli uomini confederati. Cui magari potremmo aggiungere, come un segno collettivo di speranza, la capacità dell’umanità contemporanea di generare cura, terapie, vaccini.

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Non è semplice. Lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi sembra piuttosto essere quello di un Natale vertenziale, pieno di pretese e proteste. Dopo la primavera della disciplina e l’estate delle libertà, la stagione delle responsabilità non è mai arrivata. A tradirci è stata la nostra stanchezza, l’impreparazione politica, la confusione epidemiologica. O forse solo una seconda ondata di violenza inattesa, impossibile da fronteggiare con gli strumenti che abbiamo. Ognuno preferisce allontanare la colpa dal proprio perimetro di possibilità. E forse è così, forse è troppo difficile essere all’altezza di una sfida così dura per una umanità che, almeno a queste latitudini, si era adattata alla confortevole sicurezza del progresso tecnologico e sanitario. Con uno sforzo di natalizia generosità si possono perfino comprendere lamentele collettive e capricci altrimenti di nauseante infantilismo. Del resto è la festa in cui i bambini, dopo i regali, piangono e a dormire non ci vogliono andare.

Guidare sentimenti e comportamenti
È un Natale inconsueto e difficile da sopportare. E dunque è necessario essere indulgenti, comprendendo che tutti portiamo un peso cui non si poteva essere preparati. Ciascuno di noi sta imparando a maneggiare misure e sentimenti via via inadatti e insufficienti, via via vanificati dal progredire del contagio e delle angosce. Vivere nell’incertezza è difficile, governarla è vistosamente al di sopra delle possibilità di una classe politica globale selezionata nei modi grotteschi da anni sotto gli occhi di tutti. Ma questo Natale abbiamo bisogno di governarci più che di essere governati, di guidare ciascuno di noi i nostri sentimenti e i nostri comportamenti. E poi provare a farlo insieme, comprendendo quanto poco senso abbiano i confini e quanto ripugnanti siano le disuguaglianze di fronte a una tragedia così universale.

Questo Natale bisogna stringerci di più proprio perché il morbo ce lo vieta. Nel calendario 2020 di Internazionale, che ci avviamo con malinconia maggiore del solito o forse con inedito sollievo a ripiegare, al mese di dicembre Anna Parini ha disegnato un magnifico abbraccio. L’imprevedibile è accaduto, quel gesto perde ogni convenzionalità e ritrova il senso antico di un’umanità debole e ferita che si raduna e cerca risorse comuni per non sentirsi irrimediabilmente sola e perduta. L’immagine del calendario sembra emanare così un calore autonomo, non percepibile altrove. Prendiamola come un segno che ci aiuta a restare vicini nella distanza e a non smettere di prometterci gli abbracci futuri.