La mostra permanente nel museo della seconda guerra mondiale a Danzica, il 29 gennaio 2017.

In Polonia i conservatori vogliono riscrivere la storia

La mostra permanente nel museo della seconda guerra mondiale a Danzica, il 29 gennaio 2017.
10 luglio 2017 12:04

Camminiamo lentamente, a piccoli passi, in silenzio, come si cammina nelle chiese o nelle prigioni. Guardiamo i video e le foto e le cose come se ne avessimo timore, come chi si tappa gli occhi con le mani. Siamo pochi: questo pomeriggio siamo pochi e ci trattiamo con la cortesia severa tipica dei funerali, come se volessimo dirci che ci dispiace e, soprattutto, che non siamo come loro; come se avessimo bisogno di essere altri.

Ma non siamo altri, e il peso di quel mondo è il peso del mondo. La cosa peggiore è sapere che tutte queste cose sono successe non troppo tempo fa, proprio qui. Qui, a Danzica, nel nord della Polonia, accanto al mar Baltico, è cominciata la guerra più letale della storia. Qui, in questo museo che la narra, qualche mese fa è cominciata una guerra per la storia che non è letale, ma oscena.

Il 1 settembre 1939 la Germania attaccò la Polonia e diede inizio alla seconda guerra mondiale. Nel 2007, il premier liberale polacco Donald Tusk immaginò un museo che ricordasse come nessun altro i suoi orrori, per aiutare a superarli. Il suo governo stanziò ottanta milioni di euro per il museo, chiamò a collaborare dei consulenti internazionali e nominò un direttore, lo storico Paweł Machcewicz. Dopo anni di lavori, il museo è stato inaugurato nel marzo di quest’anno.

Macchine per raccontare storie
L’edificio colpisce già di primo acchito: è come se un cubo di vetro blu e cemento rosso si fosse incagliato a terra. La mostra all’interno colpisce ancora di più. Il museo della seconda guerra mondiale è fatto come si fanno oggi i musei: non più templi in cui conservare reliquie, ma macchine per raccontare storie. Questo museo racconta la storia della guerra peggiore, quella che inventò la “guerra totale”, quella che uccise 55 milioni di persone. I civili furono la maggior parte delle vittime: il museo, quindi, si occupa meno dei giocattoli dei militari che non della sofferenza che inflissero.

Lo spazio all’interno del museo è cupo: la luce è bassa, i suoni sono attutiti. Il taglio è radicale: non c’è segnale internet.

Il museo di Danzica è un’opera d’arte. Ma forse presto diventerà storia

Ci sono oggetti, racconti, foto, video, spazi opprimenti, angoscia. Ci sono esempi di vita quotidiana, di morte quotidiana, del potere quando resta nudo. Ci sono mitragliatrici e uniformi, le scodelle bucate della minestra di Auschwitz, il fazzoletto su cui un polacco scrisse il suo addio prima di essere fucilato, un carro armato Panzer e un aereo Stuka, il nécessaire di un soldato americano, una strada di una città tedesca, una tessera di razionamento di Parigi, le musiche marziali.

È un viaggio di diverse ore tra l’orrore e il fascino per l’orrore, per quelle masse in fiamme, quelle case svuotate dalle bombe, quei corpi svuotati dalla fame, quegli occhi aperti per sempre. Il museo della seconda guerra mondiale di Danzica è un’opera d’arte. Ma forse presto diventerà storia.

Le guerre non finiscono mai
Perché adesso la Polonia è governata da un partito di destra nazionalista (il PiS, diritto e giustizia) che non è contento dell’approccio amplio ed europeista della mostra. Rimprovera al museo una mancanza di patriottismo: dovrebbe parlare di più dell’eroismo polacco, del sacrificio dei suoi cittadini e dei suoi martiri, della carica della cavalleria contro i carri armati tedeschi, dei ventimila ufficiali uccisi dai russi a Katyń, dell’insurrezione di Varsavia, e meno degli ebrei, per esempio.

Per questo, alcuni giorni dopo l’apertura del museo, il ministro della cultura o qualcosa del genere, Piotr Tadeusz Gliński, è riuscito a cacciare il direttore Machcewicz. Lo scandalo – le dimissioni del comitato internazionale, le denunce, il discredito – non lo preoccupa e presto, dice, cambierà la narrazione dei fatti. Gliński sa che non c’è niente di più malleabile del passato. O, in altre parole, che le guerre non finiscono mai.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano spagnolo El País.

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Pier Andrea Canei