20 aprile 2015 17:29

Nelle ultime settimane la rete italiana è stata scossa da una nuova passione sarcastica virale: quella per Tea Falco. La giovane attrice siciliana è una delle figure chiave della serie 1992, prodotta da Wildside per Sky Italia, in onda tra marzo e aprile di quest’anno, dieci episodi.

1992, nata da un’idea del protagonista Stefano Accorsi (lo ricorda con una certa insistenza il sottotitolo), segue le vicende di alcuni personaggi di finzione inseriti nel contesto sociopolitico dei primi anni novanta. Tra questi personaggi c’è un certo Mainaghi, industriale implicato nelle indagini di Mani pulite, la cui figlia Bibi è interpretata da Tea Falco. Psicologicamente instabile, viziata e autodistruttiva come sono spesso le figlie dei milionari al cinema, Bibi Mainaghi ha un’espressione strafottente, e una voce svogliata che a volte rende difficile la comprensione delle parole.

Tea Falco, secondo chi la prende in giro sui socialini (amandola in qualche modo, come sempre in questi casi), recita sempre così, a mezza voce, come masticando una gomma tra lo svogliato e l’appena sveglio, qualunque personaggio interpreti. Può anche essere che sia così, ma io sostengo che il punto non sia quello. Anzi, nel tono e nel modo io penso che Tea Falco vada benissimo per quella parte. Quindi #lasciatestaretea perché la questione è un’altra.

C’è un problema serio nel mondo della recitazione italiana, figlio della storia della nostra lingua, del nostro teatro e del nostro cinema. Ormai è quasi insopportabile. Lo incontriamo ogni volta che andiamo al cinema o vediamo una fiction in televisione. Gli attori italiani parlano una lingua che non parla nessun altro. È italiano? Be’, formalmente sì, perché le parole sono quelle delle lingua italiana, così come italiani sono molti nei modi di dire e delle espressioni. Ma conosciamo qualcuno nella vita reale che parli così, con tutte le vocali aperte e chiuse nel modo prescritto dalle regole, le consonanti sorde e sonore al posto giusto, e contemporaneamente non abbia nessuna identità linguistica reale? No. Se sì, è perché conosciamo personalmente uno di quegli attori che, provenendo da regioni e aree del paese dove si parla con un accento molto pesante e riconoscibile, si sono imposti di parlare sempre in questo italiano standard senza origini, così da non fare fatica sul set, a teatro, in sala di doppiaggio.

Ma come parlano gli attori nella loro vita non ci interessa: quello che conta sono i personaggi che interpretano. Chiesero anni fa a Mario Monicelli come si distinguesse un bravo attore. E lui, con l’eloquio fulmineo che ha sempre avuto, rispose, se ricordo bene: “È molto semplice. Quando non si vede che è un attore, quello è il migliore di tutti”. Ecco. Nella gran parte dei casi gli attori italiani sono, secondo il criterio di Monicelli, pessimi. Si vede sempre che sono attori, appena aprono bocca. Perché i personaggi che interpretano, che si muovono nel mondo realistico delle loro sceneggiature, non hanno accento, non sono nati in nessuna città o paese d’Italia, parlano una lingua che non è di nessun italiano. Se i personaggi che interpretano sono attori, paradossalmente va benissimo. Ma non succede molto spesso.

Un paio di settimane fa sono andato a vedere un piccolo film indipendente italiano, ambientato in un piccolo centro della provincia piemontese. Il protagonista, evidentemente nato e cresciuto lì, schivo, non abituato a muoversi e vedere il resto del mondo, si riferiva allo zio chiamandolo “tzio”, con la z di spazio. In Piemonte nessuno ha mai detto zio così; tutti, da sempre, dicono zio come zona, se parlano in italiano, e addolciscono ancora di più quella zeta se la loro lingua è più vicina al dialetto (succede in tutto il nord Italia). Così il protagonista del piccolo film indipendente non era uno che riparava macchine da caffè, come diceva la sceneggiatura, ma un attore, era chiarissimo da come parlava.

Il problema non vale solo per i piccoli film, intendiamoci. E anzi si può ipotizzare che un giovane attore pagato poco per una piccola produzione possa aderire a quello che gli hanno insegnato senza porsi il problema di remare contro questa tradizione. È la recitazione italiana tutta che non si preoccupa di questo effetto, e anzi cavalca la linea dell’italiano neutro con orgoglio, come se suonare normale e popolare fosse un segno di scarsa professionalità (commedia esclusa). Non vale per tutti gli attori, ma Favino non basta, per quanto si sforzi.

Siamo un paese linguisticamente molto strano. L’italiano è una lingua giovanissima, tanto che lo stesso Alessandro Manzoni, che in qualche misura stabilì i confini della nostra lingua con I promessi sposi, incaricato nel 1868 di dirigere una commissione governativa con lo scopo di stabilire quale dovesse essere la lingua di tutti gli italiani, si dimise proprio perché gli altri esperti volevano che fosse aggiunto l’italiano letterario al modello del parlato fiorentino borghese. La tv – lo sappiamo – ha poi diffuso una lingua comune che nei primi anni delle annunciatrici era sterile, educata e pura come il paese non ha mai sognato di essere.

Oggi la tv è realistica, l’italiano è un panorama composito di cadenze, e in molte regioni sta crescendo la prima generazione di cittadini che faticano a capire il dialetto. Ma resteranno per sempre cadenze regionali e modi di dire locali, come ce ne sono nei paesi anglosassoni che parlano la stessa lingua dai tempi della Bibbia di re Giacomo.

Il mondo della recitazione italiana deve svegliarsi, capire che tutte le serie e i film statunitensi, che sono riferimenti artistici e commerciali in qualche misura per tutti, vivono di imitazione attendibile della realtà linguistica. True detective senza gli accenti meridionali dei due protagonisti non sarebbe True detective. Così come Breaking bad senza la sua calata occidentale (anche se lo scagnozzo Mike è della costa est, e si sente). Il trono di spade, poi, ha riportato sulla cartina di Westeros la tavolozza degli accenti britannici, così che a nord suonano scozzesi, un po’ più giù sembrano di Sheffield, e l’eunuco parla l’inglese posh di chi ha studiato a Eton.

Non si pretende ovviamente che nel doppiaggio italiano Jon Snow parli come se fosse nato in Friuli, figuriamoci (è ammissibile solo nei Simpson o in altre rarissime situazioni comiche). Ma nelle produzioni italiane di storie con personaggi italiani, per favore, fateli parlare italiano, non questo insopportabile attorese senza identità.