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Let’s talk about love, Carl Wilson

Will Grayson, Will Grayson, John Green e David Levithan

Libri letti

The anthologist, Nicholson Baker

Brooklyn, Colm Tóibín

Madcap: the life of Preston Sturges, Donald Spoto

Let’s talk about love, Carl Wilson

Sono seduto sul divano e sto leggendo un libro. È un sabato piovoso. Accanto a me, da una parte c’è il maggiore dei miei figli, Danny, che ha diciassette anni ed è autistico. Tiene i piedi sulle mie ginocchia, mentre guarda un programma televisivo per bambini sul suo iPad. O meglio, guarda e riguarda all’infinito una parte di un programma televisivo per bambini: è una canzone tratta da Il postino Pat che s’intitola Leave it with me. Dall’altra parte c’è un altro mio figlio, Lowell, di otto anni. Sta guardando i gol della giornata. E io sono incastrato tra loro, che cerco di finire il libro di Nicholson Baker The anthologist.

“Guarda, papà!”, fa Lowell. Vuole che guardi il gol di Johan Elmander dei Bolton in casa dei Wolves. Per ora è uno dei migliori della stagione. Ma a me mancano solo tredici pagine per finire il romanzo, quindi mi limito a dare una rapida occhiata.

“Chiudi il libro”, dice Lowell.

“L’ho visto, il gol. E non voglio chiudere il libro”.

“Chiudi il libro. Non hai visto il replay”.

Cerca di strapparmi il libro di mano e lottiamo per qualche istante mentre piego l’angolo della pagina per tenere il segno. Guardo il replay. Lowell è soddisfatto. Torno a The anthologist, con la cronaca della partita in un orecchio e la canzone del postino Pat nell’altro.

Se lo sapesse, chissà se Nicholson Baker ci resterebbe male. Sono quasi certo che non vorrebbe vedermi leggere il suo libro in queste condizioni e gli do ragione su tutta la linea. Anch’io preferirei essere altrove. Preferirei essere su una sdraio nella California del sud senza figli, anche solo per la mezz’ora che mi serve per arrivare in fondo al romanzo. Assaporerei ogni singolo attimo del resto di questa piovosa domenica inglese di novembre, se solo mi fosse concessa mezz’ora – ma neanche! – di sole e solitudine. Spero che Baker sia soddisfatto comunque della determinazione e della devozione che ho dimostrato: non ho mollato il suo libro neanche di fronte al duplice assalto del postino Pat e dei gol. Ci sono rimasto aggrappato con le unghie e con i denti.

È un romanzo bellissimo, originale, generoso, educativo e divertente. Il protagonista, Paul Chowder, è un poeta squattrinato che è appena stato lasciato dalla fidanzata. Sta cercando di scrivere un’introduzione a un’antologia di poesie, e contemporaneamente pensa all’affitto da pagare e studia la storia delle rime. Chowder adora le rime: pensa che il verso libero del modernismo sia stato tutto un complotto fascista e che Swinburne sia il più grande scrittore in rima “della storia della letteratura”. Di sicuro, The anthologist è pieno di digressioni schiette e istruttive sui personaggi più disparati (Swinburne, Vachel Lindsay, Louise Bogan) e sulle cose più disparate (il pentametro giambico), di cui non sapevo quasi nulla. Chowder sarà anche messo male, ma in fatto di poesia è uno di cui puoi fidarti.

Dopo aver letto The anthologist mi sono preso una mezza cotta per Elizabeth Bishop. Ho scaricato un mp3 in cui legge la poesia Il pesce, e in un viaggio di lavoro di ventiquattr’ore a Barcellona ho portato con me una raccolta delle sue poesie ma non il cambio di calzini, che è proprio il tipo di cosa che avrebbe potuto fare Paul Chowder. Nel mio mezzo secolo su questo pianeta credo di avere sempre anteposto i calzini puliti alla poesia, quindi forse The anthologist mi ha letteralmente cambiato la vita, e non in meglio. Per fortuna, ho scoperto che a Barcellona vendono i calzini. E pure belli.

Quasi tutto quello che ho letto in questo mese è legato alla produzione di arte o intrattenimento. A differenza di tutti gli altri, Brooklyn di Colm Tóibín non è un libro sull’arte (e aspettate a snobbare Céline Dion finché non vi dico cosa dice di lei Carl Wilson): parla di una ragazza che emigra negli Stati Uniti da una cittadina irlandese negli anni cinquanta. Ma siccome in questi giorni sto adattando Brooklyn per il cinema, sarebbe ipocrita dire che non avevo in mente la produzione di arte o intrattenimento mentre lo rileggevo.

Erano decenni che non leggevo due volte lo stesso romanzo in sei mesi, e l’esperienza è stata illuminante. Non è che non ricordassi qualcosa in particolare o che (mi piace pensarlo) avessi frainteso qualcosa la prima volta, ma certamente avevo dimenticato la concatenazione temporale degli eventi della trama. Alcune cose succedevano prima di quanto mi aspettassi, e altre molto dopo: o almeno molto dopo quello che può permettersi una sceneggiatura. In un romanzo puoi fare qualsiasi cosa, se scrivi bene: puoi introdurre personaggi sfaccettati e complessi a dieci pagine dalla fine, fare un salto di anni in un paragrafo. Il cinema è un mezzo più rozzo e molto più letterale.

Una cosa che mi ha particolarmente colpito, questa volta, è che nonostante la prosa meticolosa, riflessiva e controllata di Tóibín, Brooklyn non è un romanzo intimista. In genere, questa per lo sceneggiatore è una buona notizia. Ma poi mi sono reso conto che eliminando il controllo – come devo fare io – la storia diventa viscerale in modo preoccupante. La scena in cui Eilis viaggia in terza classe su una nave per New York e, colta da un violento mal di mare, espelle il suo pranzo da ogni possibile orifizio… be’, sul grande schermo perderà l’aplomb jamesiano di Tóibín. E quello che vedrete, in realtà, è una povera ragazza che svuota l’intestino dentro un secchio. I fan devoti di Colm, tutti esteti, diranno: “Dio mio, ma cosa ha fatto questo teppista a un’opera letteraria così bella?”. Potrebbe perfino scoppiare una rivolta come quella che accolse La sagra della primavera alla sua prima esecuzione, nel 1913. Alla prima la gente mi tirerà addosso di tutto, e io fuggirò urlando: “Nel libro la diarrea c’era!”. Ma nessuno mi crederà. Chi ha fatto Porky’s? Dovremmo chiamare lui.

Come ormai avrete senz’altro scoperto, l’invenzione dell’iPad significa che potete guardare i film di Preston Sturges ovunque vogliate. Io ho visto I dimenticati, Lady Eva e Ritrovarsi, e anche se il mio preferito resta I dimenticati, nella loro stramberia e minuziosità i personaggi minori di Ritrovarsi sono dickensiani. Tra l’altro, mi sono reso conto di sapere molte più cose di due autori come Montaigne e Richard Yates – avendo letto degli ottimi libri su di loro – che di Preston Sturges. Una situazione deplorevole, dal momento che Sturges conta molto più di loro nella mia vita.

Leggendo il bel libro di Sara Blakewell How to live, ho scoperto Montaigne e l’invenzione dell’autocoscienza. Leggendo A tragic honesty di Blake Bailey ho capito perché le opere di Yates sono così tristi. Be’, Mad­cap di Donald Spoto vi dice tutto quello che dovreste sapere sul ritmo serrato dei film di Sturges: anche la sua vita è stata una corsa. Ha frequentato Isadora Duncan e Marcel Duchamp, è stato aiuto regista di un Edipo re messo in scena dalla Duncan, ha viaggiato in tutta Europa, diretto sedi dell’azienda di cosmetici di sua madre a New York e a Londra, rifiutato un lavoro da gigolò da cento dollari a settimana, ed è stato congedato con onore dall’esercito degli Stati Uniti. E poi ha compiuto ventun anni ed è cominciato il bello.

In realtà, Sturges non scrisse nulla prima dei trent’anni: il 14 giugno 1929 cominciò la stesura della sua prima commedia di successo, Strictly dishonourable, che terminò il 23. Il 2 luglio ricevette il telegramma di un produttore che gli proponeva di andare in scena ad agosto, e Strictly dishonourable fu uno dei più grandi successi di Broadway negli anni trenta. Gli fruttò una fortuna, anche se noi raccomandiamo una gestazione di dieci-quindici anni e poi altri cinque anni di riscrittura e revisione (“23 giugno. Finito Strictly dishonourable alle cinque e quaranta del pomeriggio. Lo rileggerò stasera”. Più tardi: “Riletto il copione e disegnato i bozzetti per le scene”).

Già. Dopodiché Sturges scrisse e diresse I dimenticati, e nel 1947 fu pagato più di Randolph Hearst o di Henry Ford II. Ma l’approccio lento è senza dubbio più autentico e artistico, e più adatto a fruttarvi un premio letterario o almeno una candidatura. A difesa dei vostri professori di scrittura creativa va detto che Sturges ha scritto anche un sacco di brutte commedie per il teatro. Robert Benchley, sul New Yorker, osservava che “quanto più Sturges si ostina a scrivere il seguito di Strictly dishonourable, tanto più ci chiediamo chi abbia scritto Strictly dishonourable” (su questa rivista non sono ammesse critiche così crudeli, ed è l’unico motivo per cui non lo faccio).

Non avevo idea che Sturges avesse avuto una vita così straordinariamente movimentata né che avesse cambiato la storia del cinema diventando il primo sceneggiatore/regista di Hollywood. Anche la sua “caduta” fu spettacolare. Investì fino all’ultimo dollaro, più altri due o trecentomila che non aveva, in un locale mangiasoldi. E dopo aver ingranato una scia vincente di sette grandi film tra il 1940 e il 1944, nel 1949 la sua carriera era praticamente finita. Fece solo un altro film – molto brutto, pare – prima di morire, nel 1959. Il libro di Spoto vola via, anche se mi sono ritrovato a saltare le sinossi di alcune delle farse teatrali di Sturges. La farsa, secondo me, è curiosamente refrattaria alla sinossi: “Il cantante lirico fa delle avance a Isabelle, ma entra il giudice e annuncia che è il suo compleanno e bisogna brindare con lo champagne. Allora Gus rientra in scena con un pigiama per Isabelle. Gus infila la maglietta del pigiama alla ragazza, che nella manovra fa cadere il peluche”. Sono sicuro che nel 1930 Strictly dishonourable era lo spettacolo più esplosivo sulla piazza e che se lo avessi visto sarei morto dal ridere. Ma temo che oggi niente possa far rivivere quella magia.

Potrà sembrare un’affermazione azzardata, ma il tema centrale dell’imponente saggio di Carl Wilson su Céline Dion, Let’s talk about love: a journey to the end of taste (Parliamo d’amore, un viaggio al termine del gusto), per la collana 33 ⅓, è il terreno insidioso e mutevole del consenso critico e popolare. Quasi tutti gli altri titoli che ho letto di questa splendida collana (a eccezione del racconto di Joe Pernice ispirato dall’album degli Smiths Meat is murder) sono celebrazioni ben scritte ma convenzionali di album importanti della storia del rock: Harvest, Dusty in Memphis, Paul’s boutique e via dicendo. Ma questo libro è diverso. Wilson si pone la domanda: “Perché tutti odiano Céline Dion?”. Solo che naturalmente non sono proprio tutti, giusto? Ha venduto più album di quasi ogni altro artista vivente. Tutti adorano Céline Dion, a pensarci bene. Quindi, in realtà, la domanda che si pone Wilson è: “Perché io e i miei amici e tutti i critici di musica rock e quelli che probabilmente leggeranno questo libro e riviste come questa odiano Céline Dion?”. Le risposte che dà sono profonde e provocatorie, e vi costringono a chiedervi chi cavolo siete veramente. Soprattutto se – come tanti di noi da queste parti – date un grande peso al consumo culturale come indicatore sia del carattere sia, diciamocelo, dell’intelligenza. Che fichi che siamo! Leggiamo Jonathan Franzen e ascoltiamo i Pavement, ma amiamo anche Mozart e Seinfeld! Urrà per noi! In pochi capitoli brevi e devastanti, Wilson ci sega le gambe a tutti, pure le sue: “Sono sempre gli altri a seguire le masse, mentre il nostro gusto riflette il nostro essere speciali”.

Il posto di Let’s talk about love nella vostra libreria è accanto al saggio di John Carey What good are the arts?: sono due approcci simili al tema della costruzione del gusto, anche se Wilson lascia più spazio a Elliot Smith e ai Ramones di quanto non faccia il professor Carey. E in un certo senso, misurarsi con Céline Dion è un esercizio più diretto e rivelatore che non misurarsi con i feticci della cultura letteraria, come ha fatto Carey. Dopo tutto, esiste un accordo di base sulla competenza letteraria – su chi sa mettere insieme una frase e chi no – che rende problematico rifiutare in blocco i valori critici in letteratura. Nella musica pop, però, entrano in gioco una serie di giudizi completamente diversi. Siamo disposti a salvare artisti che non sanno cantare o costruire una canzone o suonare uno strumento, purché siano alla moda, trasgressivi o ribelli: non snobbiamo Céline Dion perché è incompetente. In realtà, la sua competenza può addirittura essere un problema, perché significa che non esclude nessuno, a parte noi. E quelli che investono molto in capitale culturale non amano l’arte che non esclude: ci disorienta e non ci aiuta a incontrare persone attraenti dell’altro sesso che la pensano come noi.

Il libro di Wilson non è solo importante, è anche pieno di fatti. Sapevate che in Giamaica Céline è amata soprattutto dai tipacci più violenti? “Ormai ho imparato che se mi trovo in un quartiere che non conosco, la voce di Céline Dion è il segnale per affrettare il passo”, spiega un critico musicale giamaicano.

Forse dovrò insistere perché leggiate questo libro prima di continuare questa nostra conversazione mensile, perché è bene essere sulla stessa lunghezza d’onda. Il mio senso d’identità è stato scosso e d’ora in poi potrà esserci solo entusiasmo caotico (o indifferenza sociologica) dove un tempo c’erano consigli ragionevoli e qualche volta ispirati. Forse dovrò andare a rivedermi quel gol di Elmander, magari mi aiuta a tornare coi piedi per terra. Esistono ancora i gol belli e i gol brutti, vero? Vero?

*Traduzione di Diana Corsini.

Internazionale, numero 888, 11 marzo 2011*

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