Il premier Matteo Renzi alla conferenza degli ambasciatori italiani a Roma, il 28 luglio 2015. (Tiziana Fabi, Afp)

Il taglio delle tasse non basta a far crescere l’Italia

Il premier Matteo Renzi alla conferenza degli ambasciatori italiani a Roma, il 28 luglio 2015. (Tiziana Fabi, Afp)
07 agosto 2015 08:56

Giù le tasse sui profitti entro il 2017, ha dichiarato il 28 luglio il premier Matteo Renzi alla conferenza degli ambasciatori italiani. “Oggi il combinato Ires-Irap porta l’imposta sul profitto più o meno al 31,4 per cento in Italia, la Germania è al 30, come la Francia, la Spagna al 25. Noi puntiamo ad arrivare un punto sotto Madrid”. Cioè il 24 per cento. Un taglio di sette punti per una tassa che, nel 2013, ha fatto incassare allo stato italiano 47,9 miliardi di euro. Se applicato, il nuovo regime peserà insomma fino a 11 miliardi sul bilancio pubblico.

È un principio di concorrenza tra regimi fiscali quello che sembra ispirare la mossa del governo, con l’accento sul rimanere “un punto sotto Madrid” a riflettere la partecipazione a un “mercato globale delle regole” alimentato dal libero movimento dei capitali e dei prodotti.

Si rischia di ridistribuire il reddito nazionale tra i ceti più ricchi

Nel 2011, era stata una“task-force” di Fondo monetario internazionale, Ocse, Nazioni Unite e Banca mondiale a prevedere che questa sarebbe stata la direzione: “La tassazione sui redditi d’impresa continuerà negli anni a venire a subire la pressione della globalizzazione, e la concorrenza internazionale sulla tassazione condurrà a tassi di prelievo più bassi in tutto il mondo”. L’idea dei governi che partecipano alla gara è di creare condizioni più favorevoli possibile per attirare investimenti diretti dall’estero e, con essi, opportunità di crescita economica.

Tuttavia, come ammonisce il rapporto presentato al G20 di Seoul, “nei paesi dove c’è una cattiva governance, i tagli delle tasse possono fare poco per attirare investitori dall’estero”. Senza contare che “gli investimenti spinti dall’abbassamento delle tasse sono spesso solo transitori” e rischiano di rappresentare un gioco a somma zero, perché fatti a scapito degli investimenti interni, perché servono tagli di spesa per avere meno tasse.

Ma le ambizioni del premier Matteo Renzi non si fermano qua. In un paese in cui gli investimenti interni sono caduti di quasi il 30 per cento tra il 2008 e il 2015, la speranza è quella di contribuire a un’inversione di tendenza. Il rischio, però, è quello che buona parte dei profitti “liberati” dalla tassazione non siano reinvestiti nello sviluppo dell’impresa ma messi a reddito. Se così fosse, si finirebbe per finanziare una vera e propria ridistribuzione del reddito nazionale verso i ceti più ricchi.

Tutto questo mentre si moltiplicano le prove concrete degli effetti negativi che hanno le disuguaglianze crescenti sulla crescita economica.

Markus Bruckner, professore associato alla National university of Singapore, e Daniel Lederman, senior economist alla Banca mondiale, hanno di recente mostrato che, in media, un aumento di un punto percentuale nel coefficiente di Gini – che calcola i livelli di disuguaglianza in un paese a partire dalla distribuzione dei redditi – porta a una riduzione del pil pro capite dell’1,1 per cento per i cinque anni successivi, e del 4,5 per cento nel lungo periodo.

Accumulazione del capitale umano

Applicando queste stime al caso italiano, si può calcolare che il reddito reale pro capite, fermo oggi a 23mila euro all’anno, sarebbe più alto di un massimo di cinquemila euro se le disuguaglianze non fossero aumentate, tra il 1990 e oggi, fino a far salire l’indice di Gini di quasi cinque punti percentuali.

In un rapporto pubblicato a metà giugno, è stato perfino un team di ricercatori del Fondo monetario internazionale a ribadire questo punto.

Secondo il gruppo di Washington, esiste una relazione inversa tra la crescita dei redditi del 20 per cento più ricco della popolazione e la crescita economica di una nazione. Per ogni punto percentuale di aumento dei primi, la crescita del pil è inferiore di 0,08 punti percentuali per i cinque anni successivi – contro un aumento di 0,38 punti percentuali del pil quando ad aumentare è il reddito del 20 per cento più povero.

Alla radice di questa correlazione c’è quella che la disciplina economica definisce “teoria dell’accumulazione del capitale umano”.

Disparità di reddito elevate hanno effetti negativi sulla possibilità di sviluppo di capacità per chi proviene da famiglie con livelli d’istruzione più bassi, bloccando la mobilità sociale tra generazioni. È la “curva del Grande Gatsby”, che mostra l’esistenza di una forte correlazione positiva tra disuguaglianza e immobilità intergenerazionale dei redditi nei singoli paesi.

Più un paese è disuguale, insomma, più è probabile che lo rimanga nel tempo. Tra i paesi Ocse, l’Italia è in cima alla classifica insieme agli Stati Uniti e al Regno Unito. Ogni mille euro guadagnati sopra la media nazionale dai genitori, più di 480 euro sono “ereditati” nello stipendio futuro dei figli.

Secondo i ricercatori del Fondo monetario internazionale, “le politiche dell’istruzione – in particolare quelle concentrate sull’equità e la qualità – sono tra le leve più potenti a disposizione di un paese per ridurre le disparità di reddito sul lungo periodo”. E migliorarne così le prospettive di crescita economica.

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