18 settembre 2008 00:00

George W. Bush, Condoleezza Rice e altri alti funzionari statu­nitensi hanno solennemente invocato la santità delle Nazioni Unite durante la crisi della Georgia. Hanno invitato la Russia a non prendere iniziative incompatibili con i princìpi dell’Onu.

Hanno detto che bisogna rispettare la sovranità e l’integrità di tutte le nazioni. Tutte, tranne quelle che gli Stati Uniti decidono di aggredire: l’Iraq, la Serbia, un giorno forse l’Iran. Nei giorni della crisi l’Unione europea ha convocato un vertice di emergenza per condannare Mosca.

Era la prima riunione del genere dall’invasione dell’Iraq: all’epoca, però, non c’era stata nessuna condanna. La Russia ha chiesto di convocare una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma la proposta non è stata accolta, perché secondo Stati Uniti, Gran Bretagna e altri conteneva una frase inaccettabile: quella in cui si chiedeva alle due parti di “rinunciare all’uso della forza”.

Sui fatti non c’è nessuna seria contestazione. A suo tempo, Stalin assegnò l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia alla Georgia. Le due province sono state relativamente autonome fino al crollo dell’Unione Sovietica.

Nel 1990 il presidente georgiano, l’ultranazionalista Zviad Gamsakhurdia, ha abolito le regioni autonome e ha invaso l’Ossezia del Sud, scatenando un conflitto che ha causato mille morti e decine di migliaia di profughi. Sotto la supervisione di una modesta forza russa, è stata proclamata una tregua, che è durata fino al 7 agosto 2008, quando il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha ordinato alle sue truppe di invadere l’Ossezia del Sud.

Secondo “un gran numero di testimoni”, si legge sul New York Times, le unità georgiane hanno subito “cominciato a martellare con l’artiglieria i quartieri della città di Tskhinvali e una base di peacekeeper russi”. Dopo la prevedibile reazione russa, le forze georgiane sono state cacciate dall’Ossezia del Sud e le truppe di Mosca hanno occupato parti della Georgia. Ci sono state molte vittime e sono state commesse atrocità.

Sullo sfondo della crisi del Caucaso ci sono due questioni decisive. Una riguarda il controllo dei gasdotti e degli oleodotti che collegano l’Azerbaigian con l’occidente. È stato Bill Clinton a scegliere la Georgia per aggirare la Russia e l’Iran. Per questo, sottolinea il politologo Zbigniew Brzezinski, la Georgia “è un paese di grande importanza strategica per gli Stati Uniti”.

La seconda questione è l’allargamento della Nato verso est. Con il crollo dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov ha fatto una concessione che, alla luce della storia recente e delle realtà strategiche di oggi, può sembrare sorprendente: ha accettato che la Germania riunificata entrasse a far parte di un’alleanza militare ostile.

Ma, come ricorda Jack Matlock, ambasciatore statunitense in Russia dal 1987 al 1991, Gorbaciov ha preso quella decisione solo dopo aver ricevuto una precisa assicurazione: la Nato non si sarebbe estesa verso est, “neanche di un centimetro”, per citare le parole dell’ex segretario di stato James Baker.

Bill Clinton, invece, si è rimangiato quell’impegno e ha liquidato gli sforzi di Gorbaciov per mettere fine alla guerra fredda promuovendo la cooperazione tra i partner. Poi è arrivato Bush, che con la sua aggressività ha rafforzato la strategia di Clinton.

Come scrive sempre Matlock, la Russia avrebbe anche potuto tollerare l’ingresso di alcuni suoi ex satelliti nella Nato, se gli Stati Uniti “non avessero bombardato la Serbia e non avessero continuato le loro mosse espansionistiche. Ma con l’installazione di missili Abm in Polonia e con la campagna per far entrare Georgia e Ucraina nella Nato, Washington ha superato il limite.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. Putin a quel punto ha capito che ogni concessione fatta agli Stati Uniti, invece di essere contraccambiata, sarebbe stata usata per promuovere l’egemonia americana nel mondo. E così, non appena ha avuto la forza per opporre resistenza, l’ha fatto”.

In questo periodo si parla molto di “nuova guerra fredda”, ma è un’ipotesi che mi sembra improbabile. In ogni caso, per valutare quest’eventualità, dovremmo prima fare chiarezza sulla vecchia guerra fredda.

Retorica a parte, la guerra fredda è stata un tacito accordo in cui ogni blocco è stato libero di ricorrere alla violenza per imporre il controllo sulla sua sfera d’influenza: la Russia sui suoi vicini dell’est e la superpotenza globale su buona parte del resto del mondo. Non è il caso di infliggere all’umanità una replica della guerra fredda, anche perché questa volta rischierebbe di non sopravvivere.

Un’alternativa sensata sarebbe quella proposta da Gorbaciov ma respinta da Clinton e poi scardinata da Bush.

Su questa linea un ex ministro degli esteri israeliano, lo storico Shlomo Ben Ami, ha fatto di recente alcune osservazioni molto giuste: “Bisogna che la Russia costruisca una partnership strategica con gli Stati Uniti. Dal canto suo Washington deve capire che se Mosca si vedrà esclusa e disprezzata, potrebbe trasformarsi in un guastafeste globale. Invece di alimentare lo scontro con l’occidente, è necessario integrare la Russia, ignorata e umiliata dagli Stati Uniti a partire dalla fine della guerra fredda, in un nuovo ordine globale che ne rispetti gli interessi”.