(Hiroshi Watanabe, Getty Images)

Condividere il tempo libero è diventato un atto sovversivo

(Hiroshi Watanabe, Getty Images)
19 novembre 2019 14:14

Esattamente 90 anni fa, Stalin annunciò un ingegnoso nuovo piano per trasformare l’Unione Sovietica in una grande potenza industriale: eliminare la settimana di sette giorni. La maggior parte della forza lavoro ebbe una settimana di quattro giorni più uno di riposo, ma la classe lavoratrice fu divisa in cinque gruppi, ognuno dei quali sarebbe stato libero in un giorno diverso per impedire che la produzione delle fabbriche si fermasse.

Secondo lo storico Clive Foss, il messaggio lanciato dalla propaganda era che “i lavoratori avrebbero avuto più tempo per riposarsi, la produzione e l’occupazione sarebbero aumentati e il tempo libero sarebbe stato organizzato in modo più razionale, perché le attività culturali (teatro, circoli, sport) non sarebbero state concentrate nel fine settimana, ma avrebbero potuto essere svolte ogni giorno in strutture molto meno affollate”.

L’idea, però, si dimostrò estremamente impopolare, anche perché rendeva impossibile la vita in comune: familiari e amici che avevano giorni di riposo diversi non riuscivano a organizzarsi per stare insieme (“Se devi divertirti da solo, non è una vacanza”, aveva commentato un operaio).

Nuovo caos sociale
A Stalin la cosa non dispiaceva, perché scardinare la centralità della famiglia rientrava proprio nei suoi piani, ma la nuova settimana di lavoro non fece aumentare la produzione come si aspettava, perciò gradualmente la eliminò.

Tuttavia, come ha osservato la scrittrice Judith Shulevitz in un suo articolo pubblicato di recente sulla rivista The Atlantic, adesso è tornato il caos sociale creato dagli orari non sincronizzati. Solo che oggi non è imposto dallo stato, ma da un’organizzazione del lavoro imprevedibile. I dipendenti soggetti alla “schedulazione a richiesta” e ai contratti a zero ore sono quelli che ci rimettono di più. Inoltre, tutta una serie di strani lavori prevede il prolungamento dell’orario senza preavviso, o di usare il fine settimana per rispondere alle email.

Nessuno stabilisce il mio orario di lavoro, né quello di molte persone. Ma ci mettiamo mesi per organizzare un incontro

Ovviamente, il problema non è la mancanza di tempo libero: da una ricerca emerge che in genere ne abbiamo più che in passato, ma che non riusciamo a coordinarci per passarlo in modo appagante con gli altri, grazie anche alla quasi scomparsa di istituzioni che una volta organizzavano il tempo per noi, compreso il tradizionale orario di lavoro dalle nove alle cinque.

Paradossalmente, questo vale anche per chi, come me, decide da solo quando lavorare. Nessuno stabilisce il mio orario di lavoro, né quello di molte delle persone che conosco. Eppure questo non ci risparmia mesi di scambi di email per cercare di organizzare un incontro. Il mio variegato calendario di scadenze e di impegni con mio figlio non s’incastra con quelli dei miei amici più facilmente rispetto a orari stabiliti da un superiore.

Soluzione politica
E questo dovrebbe preoccuparci, scrive Shulevitz, non solo per motivi legati alla qualità della vita, ma anche alla politica. “Un paradigma dei filosofi della politica è che, se vuoi creare le condizioni ideali per la tirannia, devi troncare i rapporti personali e sociali”. Per dirla in parole povere: una società non può funzionare bene se i suoi cittadini non riescono a mettersi d’accordo per andare a bere una birra insieme.

E la vera soluzione di questo problema non può che essere politica. Ma intanto, quelli di noi che hanno un po’ di controllo sul proprio tempo potrebbero almeno fare una piccola cosa: imporsi di non annullare mai un momento di socializzazione per motivi futili. Se abbiamo concordato di vederci, devo cercare di resistere al subdolo desiderio di rimanere a casa. Che poi in fondo non è affatto una piccola cosa: quando la società tende a rendere sempre più difficile coordinarci con gli altri, farlo lo stesso è un atto sovversivo. E non solo, è un atto sovversivo che ci permette di bere una birra.

Consigli di lettura
Nel suo libro The sabbath world, Judith Shulevitz sostiene che riposarsi non significa solo non lavorare: per rilassarci veramente abbiamo bisogno di abitudini sociali, che siano antiche o adattate ai nostri tempi.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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