28 luglio 2020 12:24

Come sa bene chiunque abbia a che fare con un bambino di tre anni, c’è un’impetuosa purezza nella volontà di un bambino piccolo alla quale è difficile opporsi. Quando mio figlio capisce che abbiamo del gelato nel freezer, e ha deciso che ne vuole un po’ dopo cena, mi ritrovo nelle condizioni di un diplomatico delle Nazioni Unite che cerca di convincere una grande potenza ad accumulare meno armi: buona fortuna!

Ma spesso succede che, dopo aver ottenuto il gelato, decida di lasciarlo sciogliere prima di consumarlo, e poi se ne dimentichi completamente. Vuole il gelato in modo monomaniacale, con una forza che il suo corpicino non riesce quasi a contenere, ma non gli piace così tanto da impedire che un’altra attività interessante glielo faccia dimenticare.

Mi sono reso conto chiaramente di questa distinzione – e ho capito che si applicava anche a me – quando mi sono imbattuto nei risultati di uno studio sui bevitori di caffè riportati dal blog Research digest. Usando vari test psicologici, i ricercatori hanno dimostrato che i “grandi bevitori” – le persone che bevono tre o più tazze di caffè al giorno – hanno più desiderio di caffè di quelli che ne bevono di meno o non lo bevono affatto. Ma quando poi lo bevono, provano all’incirca lo stesso piacere, se non di meno. Anche nel caso delle dipendenze più pericolose – come quella dall’alcol o dalle droghe pesanti – si riscontra la stessa differenza tra volere e piacere: chi ne è schiavo desidera sempre di più la sostanza, ma ne trae sempre meno piacere. Ed è stato dimostrato che se ne viene privato, la desidererà ancora di più, ma nell’eventualità che alla fine riesca ad averla, la apprezzerà di meno.

Circuiti diversi
La vecchia idea secondo la quale quello che desideriamo non è necessariamente quello che ci dà piacere è stata confermata dalla neuroscienza moderna, la quale ha stabilito che nei due processi sono coinvolti circuiti cerebrali diversi. Probabilmente sarebbe meglio definire la dopamina, il cosiddetto “neurotrasmettitore del piacere”, il neurotrasmettitore del desiderio, che può essere prodotto in enormi quantità anche nella totale assenza di piacere (per quanto riguarda me, questa differenza mi appare più chiara se penso al mio rapporto con i social network: qualche secondo dopo aver ceduto al desiderio di controllare Twitter, mi rendo conto che, ancora una volta, non mi divertirò).

Questa distinzione ha senso anche secondo la teoria evoluzionistica. Dal punto di vista dei nostri geni, è utile che cose come il sesso o mangiare cibo ricco di zuccheri e di grassi siano piacevoli, ma la cosa veramente importante è che siano allettanti. È molto più importante desiderarli che provare piacere quando li otteniamo.

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Sorprendentemente, tenere a mente questa distinzione, mentre arranchiamo attraverso una dura giornata, può darci una grande forza: la prossima volta che saremo presi dal desiderio di controllare il telefono, di ordinare un secondo cocktail o di dire qualcosa di sgradevole, avremo almeno la possibilità di ricordarci che non ci darà il piacere che ci aspettiamo.

Questo non significa che dobbiamo reprimere i desideri, come invitano a fare lo stoicismo o qualche triste interpretazione del buddismo. Dobbiamo semplicemente considerarli una guida inutile a una vita piacevole. Saggiamente, o forse no, ho scoperto che mi arrendo sempre più spesso alle richieste di mio figlio di tre anni. In questo modo, i suoi desideri nascono e si esauriscono come un temporale estivo, e poco dopo torniamo a stare tutti benissimo. È molto più facile che cercare di opporsi a un temporale.

Consigli di lettura

Nel suo libro La scienza del piacere (2010) lo psicologo Paul Bloom dimostra che anche i desideri moderni più strani hanno radice in antichi bisogni legati alla sopravvivenza.

(Traduzione di Bruna Tortorella)