Il mondo è a un bivio ma non lo sa

30 novembre 2011 10:00

Secondo la definizione del dizionario Webster, uno spartiacque è “in geografia fisica, la linea segnata dalla cresta di un sistema montuoso che divide in due versanti opposti le acque dei fiumi e dei torrenti”. In realtà, da secoli la parola viene usata anche per descrivere un fenomeno storico: quando cioè una serie di eventi segna irrevocabilmente il passaggio da un’epoca all’altra.

Pochissimi contemporanei si rendono conto di entrare in una nuova epoca, a meno che il mondo non provenga da un cataclisma come la seconda guerra mondiale. La cosa più interessante è il processo di formazione delle forze del cambiamento, in gran parte invisibili, che prima o poi fanno sfociare un’epoca in un’altra. Cosa sta succedendo oggi? Molti giornalisti ed esperti di tecnologie mettono l’accento sulla rivoluzione delle comunicazioni e sulle sue conseguenze. Ogni epoca, però, è ipnotizzata da una rivoluzione tecnologica. Vediamo invece se ci sono altre forze di cambiamento che probabilmente ci hanno già fatto superare alcuni spartiacque storici in economia e in politica.

La prima è l’erosione costante del ruolo del dollaro statunitense come valuta di riserva unica, o dominante, del pianeta. È passato il tempo in cui l’85 per cento o più delle riserve valutarie internazionali erano in “biglietti verdi”. Le statistiche sono oscillanti, ma oggi la percentuale è più vicina al 60 per cento. Nonostante le sventure economiche dell’Europa e della stessa Cina, non è più così remota l’ipotesi di tre grandi valute di riserva mondiale – dollaro, euro e yuan – con poche anomalie isolate come la sterlina, il franco svizzero e lo yen giapponese. L’idea semplicistica secondo cui la gente continuerà a rifugiarsi nel “porto sicuro” del dollaro è seriamente messa in discussione dall’indebitamento sempre più surreale di Washington verso chi presta soldi sui mercati internazionali. Resta da vedere, piuttosto, se un mondo in cui esistono diverse valute di riserva sia più o meno stabile finanziariamente.

La seconda forza di trasformazione è la paralisi del progetto europeo. Jean Monnet e Robert Schuman sognavano che gli eterogenei stati nazione dell’Europa si sarebbero uniti, prima attraverso l’integrazione monetaria e fiscale e poi grazie a un impegno serio verso l’unificazione politica. Le istituzioni per realizzare quel sogno ci sono, ma la volontà politica di riempirle di contenuti reali non c’è più, indebolita dalla malinconica evidenza che le diverse politiche fiscali dei singoli stati sono incompatibili con una moneta comune. In parole povere niente Stati Uniti d’Europa. Nessuno però sembra avere una soluzione a questa incongruenza, a parte coprire le crepe con emissioni di eurobond e prestiti del Fondo monetario internazionale.

C’è poi una terza grande trasformazione in corso: la gigantesca corsa agli armamenti in Asia orientale e meridionale. Mentre le forze armate europee somigliano sempre di più a polizie locali, i governi asiatici sviluppano marine militari, costruiscono nuove basi, comprano aerei sofisticati e collaudano missili dalla gittata sempre più lunga. Le uniche discussioni si concentrano sull’escalation militare cinese, trascurando il fatto che il Giappone, la Corea del Sud, l’Indonesia, l’India e anche l’Australia ne seguono l’esempio. Forse i paesi dell’Asia hanno capito qualcosa del futuro del mondo che ai governi europei è sfuggito? Se il rallentamento della crescita economica e la disgregazione del tessuto sociale in Cina spingeranno i leader del paese a mostrare i muscoli all’estero, i paesi vicini saranno pronti a rispondere. A Bruxelles c’è qualcuno che si sia reso conto che 500 anni di storia stanno volgendo alla fine? L’Asia ha preso il centro del palcoscenico, mentre l’Europa è diventata il coro sullo sfondo. In futuro gli storici vedranno questo fenomeno come un grande spartiacque negli affari internazionali.

Il quarto cambiamento è il lento e inesorabile declino delle Nazioni Unite, e soprattutto del Consiglio di sicurezza. La carta dell’Onu dava alle grandi potenze del 1945 un ruolo sproporzionato (basti pensare al diritto di veto o al seggio di membro permanente del Consiglio di sicurezza), confidando nel fatto che quei cinque governi avrebbero collaborato alla realizzazione degli ideali dell’organizzazione. La guerra fredda ha messo fine a queste speranze, poi il crollo dell’Unione Sovietica le ha riportate in vita. Oggi stanno sfumando di nuovo, per colpa del cinico abuso del potere di veto. Quando Cina e Russia mettono il veto a qualsiasi provvedimento che impedisca al regime di Assad di uccidere migliaia di cittadini siriani, o quando gli Stati Uniti si oppongono a qualsiasi risoluzione critica verso Israele, l’Onu diventa inutile. E Mosca, Pechino e Washington sembrano contente così.

Il declino del dollaro statunitense, la crisi del sogno europeo, la corsa alle armi in Asia e la paralisi dell’Onu: messi insieme, tutti questi elementi non indicano forse che ci stiamo addentrando in acque inesplorate, verso un mondo problematico in cui la gioia di un cliente che esce da un Apple Store con un nuovo apparecchio assume un significato davvero secondario?

*Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 925, 25 novembre 2011*

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