Una manifestazione dei giornalisti turchi per la scomparsa di Jamal Kashoggi, davanti al consolato saudita di Istanbul, l’8 ottobre 2018.

La scomparsa di Khashoggi mette in difficoltà anche l’occidente

Una manifestazione dei giornalisti turchi per la scomparsa di Jamal Kashoggi, davanti al consolato saudita di Istanbul, l’8 ottobre 2018.
12 ottobre 2018 09:57

Imbarazzo, questa è la parola che caratterizza la posizione degli alleati occidentali dell’Arabia Saudita dopo la valanga di rivelazioni arrivate in settimana sulla scomparsa di Jamal Khashoggi.

Il giornalista di 59 anni, che in passato ha fatto parte della cerchia ristretta della monarchia saudita prima di diventare un critico in esilio del potere di Riyadh, è scomparso dieci giorni fa a Istanbul, e l’ipotesi che sia stato ucciso è sempre più verosimile.

Le operazioni dei servizi segreti che vanno storte sono un incubo che dura nel tempo. Da questo punto di vista, la vicenda Khashoggi rischia seriamente di diventare esemplare, con la foto e l’identità degli agenti sauditi accusati di omicidio pubblicata in prima pagina dai giornali turchi, le intercettazioni delle comunicazioni saudite con le minacce nei confronti del giornalista pubblicate dai mezzi d’informazione americani e una versione ufficiale saudita che non chiarisce nulla.

Il risultato è che nessuno crede che Jamal Khashoggi sia uscito vivo e di sua spontanea volontà dal consolato saudita di Istanbul, come afferma Riyadh senza fornire alcuna prova. La sua fidanzata lo ha aspettato per ore davanti al consolato, fino alla chiusura, invano.

La reazione più attesa era quella di Donald Trump, che aveva omaggiato l’Arabia Saudita con il suo primo viaggio all’estero dopo l’elezione e che ha stretto un’alleanza reale con il principe ereditario Mohamed bin Salman.

Dopo diversi giorni di silenzio, Trump ha chiesto di conoscere la verità sulla vicenda, un modo per far presente a Riyadh che non può coprire l’omicidio di un giornalista in esilio negli Stati Uniti e collaboratore di uno dei più grandi giornali americani, il Washington Post.

Il principe ereditario Mohamed bin Salman è un pezzo fondamentale della visione del mondo di Donald Trump

Gli altri alleati del regno wahabita seguono la stessa linea, con una scelta delle parole che trasuda imbarazzo. Compresa la Francia, quarto fornitore di armi dell’Arabia Saudita e tradizionalmente prudente nei commenti sull’operato di Riyadh, che si tratti della guerra in Yemen o dei diritti umani.

Eppure, l’11 ottobre, si è scoperto che la candidatura dell’Arabia Saudita per ottenere lo status di osservatore all’interno dell’Organizzazione internazionale della Francofonia è stata ritirata con discrezione. È un segnale chiaro.

Al suo segretario di stato che gli faceva presente che Somoza, il dittatore del Nicaragua, era un “bastardo”, Franklin Delano Roosevelt avrebbe risposto: “Sì, ma è il nostro bastardo”. La battuta dell’ex presidente statunitense si applica alla perfezione alla situazione attuale.

Non si abbandona un alleato prezioso come l’Arabia Saudita solo perché ha commesso un crimine. I conti si regolano in un altro modo.

Il principe ereditario Mohamed bin Salman è un pezzo fondamentale della visione del mondo di Donald Trump e soprattutto di suo genero Jared Kushner. All’interno dello scontro con l’Iran o nel conflitto tra Israele e Palestina, Mbs, come viene chiamato nella regione il principe, è un alleato prezioso nonostante i suoi numerosi fallimenti.

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Il principe uscirà chiaramente indebolito da questa storia, tanto all’interno del regno, dove si è fatto numerosi nemici, quanto sul piano internazionale, dove diventerà chiaramente meno “frequentabile”. La scomparsa di Jamal Khashoggi segnerà uno spartiacque nei rapporti con Riyadh, con un “prima” e un “dopo”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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