Come se il mondo avesse bisogno di ricordarsi che la grande rivalità del ventunesimo secolo è tra la Cina e gli Stati Uniti, è arrivata la conferma.

Lo scorso fine settimana, poche ore dopo l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping organizzato per tentare di smorzare la guerra commerciale tra i due paesi, la polizia canadese, su richiesta delle autorità statunitensi, ha arrestato a Vancouver una cittadina cinese. E non una qualsiasi: Meng Wanzhou è infatti la direttrice finanziaria del gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei, nonché la figlia del fondatore del gruppo, Ren Zhengfei. Difficile scegliere un personaggio più emblematico del potere cinese.

Washington chiede l’estradizione della donna nel quadro di un’inchiesta sulla consegna di materiale statunitense all’Iran da parte della Huawei, in violazione dell’embargo contro Teheran. La stessa accusa era stata rivolta prima dell’estate a un’altra azienda cinese, la Zte, poi pesantemente sanzionata.

La reazione cinese è stata proporzionata all’evento: la stampa ufficiale parla di comportamento da “teppisti” degli Stati Uniti e a Washington temono rappresaglie contro le imprese statunitensi attive in Cina.

L’Iran non è altro che un pretesto. La posta in gioco è la supremazia tecnologica tra la Cina e gli Stati Uniti. Da questo punto di vista, la Huawei si trova nel mirino di Washington già da tempo.

I legami strettissimi con l’apparato statale cinese hanno creato seri problemi all’azienda di telefoni

Conosciamo l’azienda cinese soprattutto per i telefoni, ma il colosso cinese è prima di tutto un fornitore. Il suo fondatore, padre della giovane detenuta in Canada, è un ex ufficiale dell’esercito cinese, molto discreto, che ha saputo trasformare nel giro di trent’anni una modesta impresa nel leader mondiale nel campo degli apparecchi elettronici e nel numero due nella classifica dei telefoni. La crescita dell’azienda è avvenuta a spese dei concorrenti, molti dei quali non sono riusciti a sopravvivere, come la francese Alcatel o la canadese Nortel.

Tuttavia i legami strettissimi tra la Huawei e l’apparato statale cinese hanno cominciato a creare problemi seri all’azienda. L’anno scorso gli Stati Uniti l’hanno esclusa da tutti gli appalti pubblici facendo pressione sugli operatori affinché smettessero di commercializzare i telefoni cinesi.

L’Australia e la Nuova Zelanda hanno seguito gli statunitensi. British Telecom ha annunciato in settimana che ritirerà alcuni componenti della Huawei dalla sua rete dopo essere stata allertata dai servizi segreti britannici.

Al di là dell’azienda, è l’intero settore tecnologico a essere coinvolto. La settimana scorsa il settimanale The Economist ha dedicato la copertina alla “guerra dei microprocessori” tra i due paesi, sottolineando che Washington vuole impedire alla Cina di superare gli Stati Uniti in questo settore chiave per il futuro.

Tra i due giganti, insomma, esiste un clima da guerra fredda, e la fragile tregua conclusa il 2 dicembre nella guerra commerciale non significa che la rivalità si sia placata sugli altri fronti. La vicenda che ha coinvolto Mang ne è la prova.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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