Soldati nell’area di Budgam, in Kashmir, dove è stato abbattuto un aereo militare indiano, 27 febbraio 2019. (Mukhtar Khan, Ap/Ansa)

La tensione tra l’India e il Pakistan va fermata subito

Soldati nell’area di Budgam, in Kashmir, dove è stato abbattuto un aereo militare indiano, 27 febbraio 2019. (Mukhtar Khan, Ap/Ansa)
28 febbraio 2019 11:22

Dalla fine degli anni novanta, quando l’India e il Pakistan si sono dotati dell’arma atomica, il mondo teme una crisi come questa: una serie di incidenti mortali con vittime, due aerei indiani abbattuti nella giornata del 27 febbraio, un aumento della tensione alimentato dagli appelli alla rappresaglia, due nazionalismi esacerbati e grandi potenze meno influenti rispetto al passato.

La lunga frontiera indopachistana è stata spesso descritta come “la più pericolosa al mondo”, ancor più di quella che divide la penisola coreana.

È un’eredità della partizione dell’India nel 1947, che tra lacrime e sangue ha dato vita al Pakistan con un problema mai risolto, quello del Kashmir, ancora diviso tra una zona amministrata dal Pakistan e una amministrata dall’India, senza dimenticare il pezzo controllato dalla Cina.

Il Kashmir, come ha sottolineato lo scrittore Nisid Hajari, è “la ferita che lascia la paranoia e l’odio allo stesso livello del 1947, per i pachistani come per gli indiani”. I due paesi si sono già affrontati in tre occasioni e dopo aver dichiarato di essere in possesso di armi atomiche nel 1998, i momenti di tensione e gli scontri sporadici (1999, 2001-2002, 2016) sono stati numerosi.

La miccia, il più delle volte, è stata accesa dalle azioni violente dei separatisti del Kashmir con base in Pakistan, che secondo New Delhi sono uno strumento nelle mani dell’esercito pachistano. Il 14 febbraio un attacco realizzato da uno di questi gruppi ha provocato la morte di quaranta soldati in una base militare indiana nel Kashmir, innescando un ciclo di rappresaglie.

Nei precedenti momenti di crisi le due potenze sono sempre riuscite a ridurre la tensione pur salvando la faccia

Il contesto è esplosivo: ad aprile e a maggio si terranno le elezioni generali in tutta l’India e il primo ministro Narendra Modi, un nazionalista indù, non può permettersi di mostrarsi esitante davanti al nemico storico. Sul fronte pachistano, il potentissimo esercito ha una sua strategia e i suoi interessi da difendere.

Nei precedenti momenti di crisi le due potenze sono sempre riuscite a ridurre la tensione pur salvando la faccia. Dobbiamo sperare che ne siano capaci anche in questo caso. Ma è anche vero che i due governi sono sempre stati aiutati da interventi diplomatici che oggi sono più complicati a causa dell’erratica amministrazione al governo negli Stati Uniti. La Cina, alleata del Pakistan e rivale dell’India, non ha una posizione neutra.

L’India e il Pakistan sono due paesi che abbondano di armi: il Pakistan dedica il 18 per cento delle sue spese alla difesa (in Europa non arriviamo al 2 per cento) mentre l’India è stata negli ultimi anni il primo importatore di armi al mondo. E poi c’è l’arsenale nucleare: insieme posseggono un numero complessivo di testate nucleari pari a quello della Francia, con un leggero vantaggio a favore del Pakistan.

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L’attuale escalation dimostra che questa zona dell’Asia meridionale resta pericolosamente vicina a un meccanismo mortale. E il rischio di una decisione affrettata non potrà essere scongiurato in eterno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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