Una manifestazione ad Algeri dopo l’annuncio del ritiro della candidatura del presidente Abdelaziz Bouteflika, l’11 marzo 2019.

La prima vittoria del popolo algerino

Una manifestazione ad Algeri dopo l’annuncio del ritiro della candidatura del presidente Abdelaziz Bouteflika, l’11 marzo 2019.
12 marzo 2019 10:03

Due settimane fa in pochi avrebbero scommesso sulla possibilità che le proteste degli algerini costringessero a fare un passo indietro un regime che non ne ha né l’abitudine né la cultura. D’altronde quando la popolazione algerina ha cominciato a manifestare contro il quinto mandato di Abdelaziz Bouteflika, la prima reazione del governo è stata quella di agitare la minaccia di una “nuova Siria”, ovvero di un bagno di sangue.

Due settimane (e nessuna vittima) dopo, il regime algerino, ovvero in sostanza il presidente Bouteflika, che ha firmato la dichiarazione resa pubblica lunedì sera, ha accontentato il popolo sulla rivendicazione che ha scatenato le proteste: il quinto mandato di Bouteflika non ci sarà. Ma non ci sarà nemmeno un voto il prossimo 18 aprile.

A prescindere dai retropensieri e dai calcoli di chi ha preso questa decisione, stiamo assistendo a un fatto senza precedenti nella storia dell’Algeria indipendente. Anche solo per questo, il popolo algerino, nella grande diversità e dignità che ha saputo esprimere in piazza, può essere orgoglioso della sua prima vittoria, per quanto parziale.

Ma altrettanto vero è che una soluzione definitiva non c’è ancora, anche perché al momento non esiste nulla di definito. Come ha evidenziato il vignettista Dilem, gli algerini temono di ritrovarsi, al posto del quinto mandato, un quarto mandato decennale. Bouteflika, infatti, resterà presidente anche dopo la scadenza dell’attuale mandato, e non si sa per quanto tempo.

Il comunicato pubblicato lunedì sera rappresenta un tentativo da parte del potere algerino di riprendere l’iniziativa che da due settimane è controllata dalla società civile. L’ondata di proteste ha inesorabilmente provocato un indebolimento del potere, costretto sulla difensiva. Il regime algerino vuole continuare a controllare il calendario e le modalità con cui si evolve il sistema politico, ed è qui che sorge il problema. Attraverso una concessione simbolicamente importante, il presidente vuole riprendere in mano la situazione.

Le ultime due settimane, assolutamente storiche, hanno evidenziato la portata e la profondità del rifiuto nei confronti di un potere sempre più opaco, incarnato da questo presidente-fantasma che è stato imposto alla popolazione.

Davvero possiamo pensare che i manifestanti si accontenteranno di un “grande dibattito” e di un processo controllato dalle stesse persone che sono state il bersaglio delle proteste di massa? Il test decisivo arriverà venerdì, giorno rituale per le grandi manifestazioni. Soltanto allora capiremo se il potere è riuscito a smobilitare o a dividere i manifestanti.

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Resta comunque il fatto che questa rivoluzione civica non somiglia a nessuna delle rivoluzioni arabe del passato, e tutto lascia pensare che non rientrerà facilmente nei ranghi. La società civile è riuscita a ribaltare il rapporto di forze per la prima volta negli ultimi decenni e l’ha fatto pacificamente, restando unita nella diversità di sesso, provenienza ed età. Difficile da credere che gli algerini abbiano fatto tutto questo per poi accettare la sopravvivenza dello stesso regime.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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