Il presidente iraniano Hassan Rohani, al centro, con il presidente iracheno Barham Salih a Baghdad , l’11 marzo 2019.

La visita del presidente iraniano in Iraq è un affronto a Trump

Il presidente iraniano Hassan Rohani, al centro, con il presidente iracheno Barham Salih a Baghdad , l’11 marzo 2019.
14 marzo 2019 11:21

A prima vista si tratta di una semplice visita tra due paesi vicini, ma a uno sguardo più attento il viaggio di tre giorni del presidente Hassan Rohani in Iraq è un evento estremamente significativo.

Per capirlo basta ricordare che l’Iran è il bersaglio di una campagna aggressiva da parte degli Stati Uniti mentre l’Iraq ospita ancora circa 14mila soldati statunitensi, a cui Donald Trump ha fatto visita meno di due mesi fa. In quell’occasione il presidente degli Stati Uniti aveva dichiarato che le truppe si trovano in Iraq per sorvegliare l’Iran, scatenando grandi proteste a Baghdad. La risposta è arrivata in settimana con la visita in pompa magna del presidente iraniano.

Nonostante gli Stati Uniti abbiano imposto nuove sanzioni a Teheran, l’Iraq continua a importare grandi quantità di gas naturale iraniano permettendo al vicino di sfuggire all’asfissia.

Un funzionario iraniano ha addirittura dichiarato che, per l’Iran, l’Iraq è uno strumento per aggirare le sanzioni americane, e che gli scambi tra i due paesi, un tempo nemici, saranno ulteriormente sviluppati.

Gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non quella di appoggiarsi su questo Iraq in fase di rinascita

La visita di Rohani è più significativa per l’Iraq di quanto non lo sia per l’Iran. Ricordiamoci che nel 2003 l’invasione dell’esercito statunitense aveva rovesciato il regime di Saddam Hussein, trascinando il paese in un caos sanguinario che tra le altre cose ha partorito il tentativo del gruppo Stato islamico di instaurare il califfato.

Questo lungo periodo di instabilità ha prodotto una ricomposizione politica in Iraq, in particolare all’interno della maggioranza sciita che controlla le redini del potere. Le elezioni dell’anno scorso hanno nuovamente cambiato la situazione, e non nel senso sperato da Washington.

Il risultato di tutto questo è una sorta di divisione dell’influenza tra gli Stati Uniti, che addestrano e organizzano l’esercito nazionale, e l’Iran, che controlla le principali milizie sciite, i cui effettivi sono grosso modo equivalenti a quelli dell’esercito. Per questo è sorprendente che Donald Trump abbia imposto una frenata al processo di distensione con l’Iran pensando che l’Iraq lo avrebbe seguito a ruota.

Di sicuro gli Stati Uniti non apprezzeranno questa visita, ma in realtà non hanno altra scelta se non quella di appoggiarsi su questo Iraq in fase di rinascita, che ha di nuovo l’aspetto di uno stato stabile in una regione in crisi. Questa mancanza di alternative la dice lunga sulla debolezza della strategia statunitense di accerchiamento dell’Iran, che qui si scontra con una forte resistenza.

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Gli statunitensi hanno sottovalutato il modo in cui l’Iran ha saputo rafforzare la propria influenza in Iraq, soprattutto considerando che esiste un grande legame tra i due paesi, evidenziato dalla visita storica del 13 marzo del presidente iraniano al grande ayatollah Ali al Sistani, la principale autorità sciita in Iraq.

Questa evoluzione mostra fino a che punto i confini si sono spostati nella regione (fuori dal controllo delle grandi potenze) dopo l’intervento degli Stati Uniti nel 2003, che resterà il più grande errore strategico di Washington dopo la fine della guerra fredda.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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