L’ex presidente tunisino Zine al Abidine Ben Ali ritratto in un manifesto a Tunisi, il 16 gennaio 2011. (Christophe Ena, Ap/Ansa)

Cosa significa la morte di Ben Ali per la Tunisia

L’ex presidente tunisino Zine al Abidine Ben Ali ritratto in un manifesto a Tunisi, il 16 gennaio 2011. (Christophe Ena, Ap/Ansa)
20 settembre 2019 11:19

Quando era presidente della Tunisia, Zine al Abidine Ben Ali era soprannominato “mister 99 per cento”, la percentuale di voti con cui vinceva automaticamente ogni elezione. Ben Ali è morto in esilio in Arabia Saudita, tre giorni dopo il 15 settembre quando si è svolto il primo turno delle presidenziali nel suo paese, il cui risultato era impossibile da prevedere.

Questi due eventi, a pochi giorni di distanza, testimoniano il cammino intrapreso dalla Tunisia negli ultimi anni, ovvero da quando la prima rivoluzione araba ha rovesciato un regime che sembrava invincibile.

Il nome di Ben Ali sarà sempre associato a quelle settimane emozionanti, tra l’immolazione di Mohammed Bouazizi a Sidi Bouzid e la fuga all’estero del dittatore e della sua famiglia, ma anche alla compiacenza francese durata fino agli ultimi giorni e di cui non abbiamo del tutto imparato la lezione.

Una notizia poco sconvolgente
In un paese saturo di emozioni, che ha vissuto la morte del presidente Beji Caid Essebsi e una campagna elettorale piena di colpi di scena, la scomparsa di un uomo caduto in disgrazia non sconvolgerà la folla, anche se nel disincanto postrivoluzionario esistono ancora paladini del “si stava meglio prima”, come dimostra la presenza di un candidato presidenziale che si ispirava dichiaratamente all’ex dittatore.

Ben Ali è restato al potere per 23 anni, ma non possiamo dimenticare che nel 1987, quando ha orchestrato un “colpo di stato chirurgico” contro Habib Bourguiba, presidente anziano e circondato da una famiglia spietata, l’ex dittatore era stato accolto con gioia dai tunisini. L’inizio della sua attività, tra l’altro, era stato abbastanza promettente. Ma rapidamente Ben Ali ha trasformato la Tunisia in uno stato di polizia, mentre il clan di sua moglie ha raccolto il testimone dalla famiglia di Bourguiba.

Il risultato è altrettanto sorprendente, con la bocciatura dell’intera classe politica, islamisti compresi

Oggi la Tunisia non si è ancora ripresa da 23 anni di dittatura, anche se è riuscita a portare a termine una democratizzazione mentre tutte le altre rivoluzioni del 2011 sono state schiacciate da regimi autoritari o dalla guerra civile. Il primo turno delle elezioni presidenziali è l’immagine di questa transizione imperfetta: 26 candidati, tre dibattiti televisivi e la grande incognita delle urne, una novità assoluta per il mondo arabo.

Il risultato è altrettanto sorprendente, con la bocciatura dell’intera classe politica post-rivoluzionaria, islamisti compresi. Al secondo turno, infatti, si sfideranno due outsider: Kaïs Saïed, un giurista ultraconservatore che non ha un vero partito, e Nabil Karoui, proprietario di una catena televisiva che attualmente si trova in carcere, accusato di corruzione.

Nel mondo attuale questa scelta di cambiamento fine a se stesso è diventata banale, ma nel caso della Tunisia parliamo di una classe politica che è stata messa alla porta dopo appena un mandato.

Volendo essere ottimisti, possiamo considerarla una prova democratica, anche se in ballo c’è la stabilità del paese. Le elezioni politiche del 6 ottobre probabilmente porteranno un po’ di chiarezza. In ogni caso siamo ormai lontani dal mondo di Ben Ali e dei suoi colleghi in altri paesi, ancora aggrappati alle poltrone.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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