Il cantiere per la realizzazione di un centro congressi a Haikou, nella provincia cinese di Hainan, ottobre 2019. (Yuan Chen, VCG via Getty Images)

Il nuovo secolo è asiatico?

Il cantiere per la realizzazione di un centro congressi a Haikou, nella provincia cinese di Hainan, ottobre 2019. (Yuan Chen, VCG via Getty Images)
01 novembre 2019 10:12

In oriente è in atto un grande cambiamento economico e strategico che avrà conseguenze durature. Di recente una nota del World economic forum sottolineava un dato significativo: nel 2020 le economie asiatiche supereranno per dimensioni quelle del resto del mondo.

Per cogliere la portata di questa affermazione basta pensare a cosa rappresentavano nell’economia mondiale fino a trenta o quarant’anni fa la Cina e l’India, i due giganti emergenti dell’Asia. Ma Pechino e Nuova Delhi non sono sole.

Ho appena trascorso qualche giorno a Seoul, dove il governo sudcoreano ha annunciato che chiederà di abbandonare lo status di paese non industrializzato all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), segno dei progressi importanti raggiunti dopo una guerra devastante. La Corea del Sud, un tempo “tigre asiatica” emergente, oggi è diventata una potenza industriale di primo piano.

Spese militari in aumento
Questo avanzamento economico della regione asiatica non ci sorprende più. Abbiamo avuto tempo di abituarci, e oggi osserviamo l’Asia superare tutte le previsioni. Ma è sul piano delle rivalità strategiche che l’Asia è ormai entrata in un contesto di grande incertezza, perché è proprio qui, nell’area che chiamiamo ormai “indopacifica”, che si giocano i rapporti di forza del ventunesimo secolo, tra gli Stati Uniti e la Cina ma anche al livello globale. In questo spettacolo ognuno recita la sua parte, compresa la Francia che cerca di affermare una strategia indopacifica parallela ma distinta da quella di Washington.

Un aspetto da non trascurare è che nella regione le spese militari stanno aumentando più rapidamente rispetto anche al Medio Oriente. I motivi di attrito, d’altronde, non mancano: dalle isolette militarizzate nel mar Cinese meridionale al destino di Taiwan, dalla frontiera tra Cina e India alle isole contese da Pechino e Tokyo, dalla bomba di Kim Jong-un in Corea del Nord ai progetti nucleari statunitensi, russi e cinesi.

L’alleanza sino-russa è più duratura e solida di quanto si potesse pensare

Vladimir Putin ha da poco annunciato che la Russia sta collaborando con la Cina per realizzare, a uso di Pechino, un sistema di rilevazione degli attacchi missilistici, campo in cui Mosca è all’avanguardia. Il sistema rafforzerà le difese cinesi dai missili balistici intercontinentali o lanciati dai sottomarini, naturalmente statunitensi. È l’ennesima dimostrazione che l’alleanza sino-russa è più duratura e solida di quanto si potesse pensare.

Nessun piano di distensione
Gli Stati Uniti, dal canto loro, vorrebbero schierare in Asia un tipo di missile finora vietato dal trattato sulle forze nucleari di medio raggio (Inf), trattato recentemente criticato dall’amministrazione Trump che ha sottolineato la necessità di schierare questi missili per conservare un vantaggio strategico nei confronti della Cina e della Corea del Nord. Il prezzo di questo sviluppo, nei piani di Washington, dovrebbero pagarlo gli alleati. Così la Corea del Sud, dopo aver rinegoziato al rialzo il suo contributo per la presenza dei 28.500 soldati statunitensi sul suo territorio (più 8 per cento, per 890 milioni di dollari), è stata invitata da Washington a contribuire alla difesa della zona indopacifica nel suo complesso, all’esorbitante cifra di cinque miliardi di dollari all’anno.

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I focolai di tensione regionale si accumulano senza che nessuno sia nella posizione di proporre, o anche solo di pensare, un piano per arrestare l’escalation e garantire la sicurezza regionale. Il nostro secolo sarà probabilmente “asiatico”. Resta da capire se sarà anche pacifico.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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