Il problema dei propagandisti è che a un certo punto cominciano a credere alla loro stessa propaganda. È ciò che sta succedendo attualmente tra Hong Kong e Pechino, mentre i leader cinesi fanno i conti con un risultato elettorale che non si aspettavano. Il governo di Pechino, infatti, aveva finito per credere alla propria tesi secondo cui il movimento di protesta è minoritario e manipolato dall’estero.

E invece il risultato del voto a Hong Kong fa tremare i muri di Zhonganhai, la sede del Partito comunista cinese. Pechino attendeva l’affermazione della maggioranza silenziosa, ma su Hong Kong si è abbattuta una marea democratica. Il governo cinese ha subìto uno smacco tra i più clamorosi nei sette anni del mandato di Xi Jinping, che inevitabilmente ne uscirà indebolito nelle incessanti lotte tra i clan ai vertici della leadership cinese.

Fattore generazionale
I militanti democratici di Hong Kong hanno ottenuto una vittoria che va oltre i sogni più audaci. Le elezioni locali che in teoria non presentano alcun motivo d’interesse si sono trasformate in un referendum dopo sei mesi di manifestazioni e violenze. A vincere sono stati i giovani attivisti. Il fronte democratico ha conquistato 385 seggi (contro gli appena 59 delle forze vicine a Pechino) e controlla 17 distretti su 18. L’affluenza è raddoppiata rispetto alle ultime elezioni.

Tra i motivi di questo successo c’è prima di tutto il fattore generazionale: la maggioranza degli abitanti di Hong Kong ha deciso di dare fiducia ai giovani, perché sono loro che vivranno il periodo successivo al 2047, quando finirà la parziale autonomia di Hong Kong negoziata nel 1997 con il Regno Unito e l’isola tornerà sotto il controllo della Cina. Chi pensava che la violenza avrebbe spinto gli adulti ad abbandonare i giovani si sbagliava di grosso.

Carrie Lam potrebbe diventare una sorta di capro espiatorio

Un ruolo importante ha giocato anche la risposta catastrofica delle autorità, sia quelle di Hong Kong sia quelle di Pechino, che hanno perso troppo tempo prima di sospendere (e poi ritirare) il controverso progetto di legge sull’estradizione verso la Cina continentale, oltre ad aver permesso alla polizia del territorio, solitamente molto composta, di trasformarsi in un esercito di spietati Robocop.

La guida dell’esecutivo, Carrie Lam, emanazione di Pechino, è stata incapace di proporre un dialogo, di trasmettere empatia e di dimostrare una parvenza di senso politico lungo tutto il corso della crisi. È probabile che a questo punto diventi una sorta di capro espiatorio.

Paura dell’effetto domino
La prima reazione di Pechino è stata quella di ricordare che la Cina controlla il territorio e non tollererà alcuna insubordinazione. Dal governo cinese non arriva nessuna apertura politica. Per paura di un effetto domino, l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua non ha comunicato i risultati delle elezioni locali a Hong Kong.

A Pechino non sono abituati ad ascoltare i messaggi trasmessi in modo democratico. Tra l’altro, gli abitanti di Hong Kong non hanno alcuna intenzione di fermarsi. Forti di questa legittimità, hanno riproposto le rivendicazioni della rivoluzione degli ombrelli del 2014, a cominciare dall’elezione a suffragio universale dei leader locali, attualmente controllata da un collegio elettorale dominato da Pechino. Il problema è che il governo cinese ha già ribadito che non intende cambiare orientamento.

Dopo il successo elettorale, il movimento civico si trova davanti a una scelta strategica: continuare ad attaccare il sistema senza alcuna garanzia di ottenere risultati o consolidare le conquiste politiche ottenute il 24 novembre e trasformare Hong Kong in una roccaforte democratica in un oceano totalitario?

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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