Dopo un bombardamento a Sarmin, nel nord della provincia di Idlib, Siria, 2 febbraio 2020. (Anas Alkharboutli, Picture-Alliance/Dpa/Ap/LaPresse)

A Idlib turchi e siriani rischiano un’escalation

Dopo un bombardamento a Sarmin, nel nord della provincia di Idlib, Siria, 2 febbraio 2020. (Anas Alkharboutli, Picture-Alliance/Dpa/Ap/LaPresse)
04 febbraio 2020 11:52

In passato ci siamo occupati spesso della situazione nell’enclave di Idlib, situata nel nordest della Siria e dove vivono tre milioni di siriani, tra cui molti rifugiati provenienti da altre province. Il 3 febbraio l’internazionalizzazione del conflitto in quest’area al confine con la Turchia è degenerata in uno scontro mortale.

La Turchia ha annunciato che le sue forze, presenti nell’enclave dove sostengono gli ultimi ribelli siriani, sono state oggetto di colpi di artiglieria da parte dell’esercito siriano di Bashar al Assad, che sta cercando di riconquistare la regione. Ankara ha comunicato di aver perso otto uomini. Come rappresaglia, i turchi hanno colpito alcune postazioni siriane uccidendo 76 persone. È lo scontro diretto più grave tra turchi e siriani dall’inizio della guerra, otto anni fa.

Questa improvvisa escalation ha rotto un tacito patto di non aggressione tra turchi e siriani garantito dalla Russia, “madrina” di Damasco e legata ad Ankara da un rapporto stretto.

Da due mesi l’esercito siriano ha lanciato una nuova offensiva di terra per riprendere il controllo della regione, in mano soprattutto ai gruppi jihadisti. L’avanzata del regime di Assad è appoggiata dall’aviazione russa, che con le sue azioni ha provocato numerose vittime tra i civili.

L’esercito turco è presente dal 2016 nell’enclave di Idlib in dodici postazioni. Lo spiegamento di forze di Ankara è stato negoziato con la Russia durante i frequenti colloqui tra i due presidenti, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan.

C’è sempre stato il rischio che le azioni dei due eserciti provochino deliberatamente o accidentalmente vittime. Turchi e siriani si guardano in cagnesco ormai da anni, e il 3 febbraio la situazione è degenerata.

Solo Putin può evitare la conflagrazione. Il presidente russo gioca una partita complessa e non sempre comprensibile per gli attori locali e il resto del mondo, ma è l’unico a trovarsi nella posizione di chiedere all’esercito siriano di fermare l’artiglieria (senza la Russia il regime di Damasco sarebbe caduto da tempo) e al contempo di dialogare con Erdoğan, presidente di una Turchia che fa parte della Nato ma ha da poco acquistato il sistema antimissile russo S-400.

Da diversi giorni Ankara rimprovera alla Russia di non rispettare gli accordi “coprendo” l’offensiva siriana. Il grave incidente del 3 febbraio dimostra che lo statu quo non è più sostenibile. Mosca, però, non ha ancora proposto alcuna soluzione alternativa.

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La situazione attuale genera senz’altro una catastrofe umanitaria. Centinaia di migliaia di persone sono in movimento, strette tra la frontiera turca (chiusa) e l’offensiva siriana. Medici senza frontiere parla di uno “tsunami umano” e di ospedali bombardati quotidianamente.

Putin, al contempo piromane e arbitro dei cessate il fuoco non rispettati, avrebbe il potere per mettere fine al disastro. Ma nella partita regionale che sta conducendo da cinque anni, il padrone del Cremlino ha evidentemente altre priorità.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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