Cos’hanno in comune Cina, Russia, Arabia Saudita e Cuba? Sono tutti paesi che il 13 ottobre saranno eletti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, con sede a Ginevra. Avete capito bene: l’istituzione dell’Onu incaricata di garantire il rispetto dei diritti umani accoglierà nei suoi ranghi alcuni paesi che ignorano palesemente questi diritti.

Nonostante la persecuzione nei confronti degli uiguri che vivono nell’ovest della Cina, l’avvelenamento dell’oppositore russo Aleksej Navalnyj e l’omicidio di stato del giornalista saudita Jamal Khashoggi, questi paesi sono riusciti a farsi eleggere senza alcun problema all’interno dell’organizzazione internazionale.

Potremmo fare dell’ironia, se questo non fosse il segnale di un’evoluzione preoccupante: i predatori dei diritti umani sono evidentemente capaci di riunire intorno a sé una coalizione di stati che possa garantirgli l’impunità neutralizzando i meccanismi internazionali costruiti per punire le violazioni.

Stati predatori e nessuna volontà politica
Se dopo la seconda guerra mondiale il mondo fosse restato fedele agli ideali dei padri fondatori delle Nazioni Unite, oggi il Consiglio per i diritti umani avrebbe un ruolo cruciale. Ma purtroppo è stato svuotato progressivamente di senso dalle manovre degli stati predatori e dall’assenza di volontà politica dei paesi che si presentano come guardiani dei diritti umani, a loro volta raramente irreprensibili sull’argomento.

Il paradosso è che il Consiglio è nato da una riforma introdotta negli anni duemila dall’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan per impedire l’infiltrazione dei regimi autoritari nell’istituzione. Ma oggi accade precisamente questo.

Per ragioni diverse questi paesi predatori ottengono l’appoggio di un numero sufficiente di stati

Il Consiglio ha diversi strumenti a sua disposizione, come l’esame periodico universale di tutti i paesi sul rispetto dei diritti umani e una squadra di inviati speciali teoricamente indipendenti, il cui giudizio è piuttosto temuto dagli stati. Tuttavia, in mancanza del sostegno attivo della comunità internazionale, questi strumenti risultano inefficaci.

È difficile accettarlo, ma per ragioni economiche, strategiche o di opportunità questi paesi predatori riescono a ottenere l’appoggio di un numero sufficiente di stati.

La settimana scorsa 39 paesi, guidati dalla Germania, hanno criticato la Cina alle Nazioni Unite a proposito del destino degli uiguri musulmani che vivono nello Xinjiang. Ma il governo cinese ha risposto allineando 59 paesi per sostenere la propria posizione, tra cui due regimi musulmani di grande peso come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Due anni fa Pechino è stata una delle prime grandi capitali a ricevere il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman dopo l’assassinio del giornalista Khashoggi, quando gli occidentali ancora storcevano la bocca. Quell’apertura, evidentemente, ha creato legami solidi.

Non sono solo gli autocrati a diffidare del Consiglio per i diritti umani. L’amministrazione Trump, stanca di essere additata, ha sbattuto la porta nel 2018. Non esattamente un esempio positivo.

Il risultato è un mondo in cui i diritti umani sono posti sotto la benevola attenzione di Xi Jinping, Vladimir Putin e del principe saudita Mohammed bin Salman. Forse un giorno bisognerà stabilire che i diritti umani sono troppo importanti per essere affidati agli stati.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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