07 dicembre 2020 10:00

Potremmo intitolare questo incontro: “Emmanuel Macron e i diritti umani in Egitto, terzo atto”. L’8 dicembre il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi sarà in visita a Parigi, e ancora una volta il tema dei diritti umani sta monopolizzando l’attenzione a causa della situazione inquietante in Egitto.

Il primo atto è andato in scena nel 2017, in occasione di una visita precedente di Al Sisi. Quella volta Macron aveva dichiarato di “non avere lezioni da impartire” sull’argomento al capo dello stato egiziano.

Nel gennaio 2019 è toccato al presidente francese visitare la capitale egiziana. In quel caso, se non proprio una lezione, Macron ha almeno voluto inviare un messaggio al suo collega, dichiarando davanti ai giornalisti che la situazione era peggiorata rispetto a Hosni Mubarak (che bel termine di paragone!). La conferenza stampa finale aveva riservato un sorprendente scambio di battute in cui il presidente egiziano si era detto preoccupato per le violenze contro i gilet gialli in Francia, mentre Macron aveva diplomaticamente cercato di sostenere che l’Egitto avesse tutto l’interesse ad allentare la repressione.

Gioco d’anticipo
Siamo dunque giunti al terzo atto, e ormai nessuno si fa più alcuna illusione sulla natura autoritaria del regime di Al Sisi né sulla capacità (o la volontà) della Francia di agire in modo concreto.

Alla vigilia della visita del presidente egiziano in Francia, le autorità del Cairo hanno liberato Gasser Abdel Razek, direttore dell’ong Iniziativa egiziana per i diritti personali, Karim Ennarah e Mohammed Basheer. I tre attivisti erano stati arrestati tra il 15 e il 19 novembre, poco dopo un incontro con tredici ambasciatori stranieri al Cairo, tra cui quello francese.

Nel solo mese di ottobre 2020 in Egitto sono state eseguite 50 condanne a morte

All’inizio della settimana scorsa diciassette organizzazioni per la difesa dei diritti umani avevano chiesto a Macron di attivarsi per far liberare i tre esponenti dell’ong. Il governo egiziano ha giocato d’anticipo e ha deciso di scarcerarli, nella speranza che il gesto potesse essere sufficiente per evitare l’argomento dei diritti umani durante la visita del presidente in Francia.

Ma la situazione in Egitto è drammatica, con oltre sessantamila prigionieri politici. I primi sono stati gli esponenti dei Fratelli musulmani, incarcerati nel 2013 dopo la destituzione del presidente Mohamed Morsi, morto nel 2019. In seguito la repressione si è allargata a tutti coloro che contestavano il regime: partiti d’opposizione, giornalisti, ong. Solo nel mese di ottobre 2020 sono state eseguite cinquanta condanne a morte.

L’equazione non è cambiata dai tempi di Mubarak: a causa del contesto geopolitico si chiude un occhio sulle violazioni dei diritti umani. L’Egitto, infatti, si oppone alle ambizioni della Turchia nel Mediterraneo orientale e in Libia, proprio come la Francia. Il Cairo conta inoltre sul sostegno finanziario dell’Arabia Saudita e finora ha goduto anche del favore dell’amministrazione Trump.

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La Francia mantiene rapporti amichevoli (anche se non sempre facili) con l’Egitto, che tra l’altro è un ottimo cliente dell’industria militare francese, a cominciare dagli aerei da caccia Rafale.

Il precedente di Mubarak, però, dovrebbe aver vaccinato le cancellerie occidentali. Chi ignora gli abusi di un regime ne paga il prezzo quando il popolo non li accetta più. “È nefasto per il paese e per la sua stabilità”, diceva Macron durante il secondo atto di questo dramma, nel 2019. Da allora non è cambiato nulla.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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