06 gennaio 2021 10:34

È il D-Day, il giorno più lungo della transizione americana, ma in realtà si tratta di una giornata decisiva per la democrazia negli Stati Uniti. Al congresso di Washington e nelle urne in Georgia si giocano non soltanto i prossimi quattro anni, ma anche la stabilità e l’integrità del sistema democratico del paese.

Mercoledì 6 gennaio il congresso si riunisce solennemente per convalidare la scelta dei Grandi elettori, e dunque proclamare Joe Biden quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti. Il problema è che fino alla fine Donald Trump ha tentato di ribaltare il risultato, facendo ricadere sul suo vicepresidente Mike Pence, che presiederà la seduta al congresso, la responsabilità di rifiutare l’esito delle votazioni.

Secondo il paragone proposto dai costituzionalisti, Mike Pence ricopre semplicemente il ruolo della star che apre la busta contenente il nome del vincitore dell’Oscar: deve leggere ciò che è scritto, ma non è lui a decidere. E invece Donald Trump, durante un pranzo organizzato il 5 gennaio, gli ha chiesto di fare esattamente questo. Il giorno precedente, durante un’incontro pubblico, Trump aveva dichiarato di sperare che Pence si allineasse al suo punto di vista, e con un tono per metà ironico e per metà minaccioso aveva aggiunto che in caso contrario lo avrebbe “amato meno”.

Secondo il New York Times, durante il pranzo Pence avrebbe risposto al presidente di non avere il potere per fare ciò che gli veniva chiesto. Ma Trump ha subito pubblicato una smentita. La risposta definitiva arriverà tra qualche ora.

Il comportamento antidemocratico di Trump rischia di essergli costato i due seggi di senatore della Georgia.

Il comportamento antidemocratico del presidente rischia seriamente di essergli costato i due seggi di senatore della Georgia. I risultati definitivi non sono ancora arrivati, ma sembrano in favore dei due sfidanti democratici, il pastore Raphael Warnock (di cui è già certa la vittoria) e Jon Ossoff (che è in vantaggio). Se entrambi fossero eletti, i democratici otterrebbero un’insperata maggioranza in senato, liberando Biden dal veto permanente dei repubblicani.

Se il risultato verrà confermato, sarà sicuramente la conseguenza del comportamento aberrante di Donald Trump. La registrazione della sua conversazione telefonica con un funzionario repubblicano della Georgia, in cui gli chiedeva di trovare i 11.780 voti che gli permetterebbero di ribaltare il risultato del 3 novembre, resterà nella storia. Secondo Carl Bernstein, ex giornalista del Washington Post che all’epoca aveva raccolto le rivelazioni del caso Watergate, il contenuto della telefonata di Trump è ancora più grave di quello delle registrazioni che avevano fatto cadere Richard Nixon.

Lo scenario impensabile
Alla fine di questa giornata storica Donald Trump avrà esaurito ogni mezzo legale per restare al potere. Ricordiamo bene il percorso di guerra dopo lo scorso 3 novembre, con due mesi di conteggi, ricorsi legali e pressioni sui più importanti funzionari di stato. Invano.

Resta l’impensabile, ovvero una permanenza di Trump al potere attraverso la forza. Inverosimile? Non è scontato, ed è questa prospettiva che ha spinto dieci ex ministri della difesa di entrambi gli schieramenti, compresi Dick Cheney e Donald Rumsfeld (i due uomini all’origine dell’invasione dell’Iraq del 2003, non proprio due angeli) a firmare una dichiarazione che invita a non usare l’esercito per “risolvere conflitti elettorali”.

Ciò che sta accadendo negli Stati Uniti dovrebbe servire da lezione per il resto del mondo. Soltanto la presenza di solidi strumenti di controllo del potere e l’integrità di alcuni individui hanno permesso al paese di superare questa prova inedita, che lascerà comunque tracce profonde e peserà sul mandato di Joe Biden.

Traduzione di Andrea Sparacino