04 gennaio 2021 15:57

L’epidemia di covid-19 ha cancellato alcune delle caratteristiche più familiari delle elezioni presidenziali statunitensi. I bagni di folla, le visite porta a porta, i concerti e i comizi: nella campagna elettorale (vincente) di Joe Biden non si è visto quasi niente di tutto ciò. Donald Trump ha cancellato un’altra consuetudine della politica americana: si è rifiutato di ammettere la sconfitta.

La vittoria di Biden in Pennsylvania è stata annunciata il 7 novembre del 2020, quattro giorni dopo le elezioni. Ma invece di riconoscere la vittoria dell’avversario, Trump e i suoi alleati hanno ripetutamente cercato di rovesciare l’esito del voto. Il 3 gennaio del 2021 il Washington Post ha diffuso la registrazione di una telefonata, risalente al giorno prima, nella quale Trump chiede a Brad Raffensperger, il segretario di stato della Georgia, di “trovargli” un numero di voti sufficienti a ribaltare il risultato elettorale nello stato, in cui Biden ha vinto di poco. Raffensperger, un repubblicano, si è comportato in modo ammirevole, mostrandosi inflessibile.

Trump e i suoi alleati si sono anche rivolti ai tribunali per contestare i risultati delle elezioni, senza successo: su 61 denunce presentate, solo una è stata accolta. Le sconfitte seguono uno schema ricorrente: Trump e i suoi collaboratori avanzano su Twitter e in tv accuse incendiarie di frode e manipolazione, senza poi riuscire a portare delle prove davanti ai giudici. La frustrazione di Trump sembra essere cresciuta fino a trasformarsi in disprezzo per l’intero processo elettorale. Il presidente uscente ha definito i ballottaggi che si terranno il 5 gennaio in Georgia per assegnare i due seggi dello stato al senato – che determineranno quale partito avrà la maggioranza alla camera alta – “illegali e non validi”. Questa strategia rischia di limitare l’affluenza alle urne dei repubblicani. A quanto pare i responsabili della sua campagna elettorale speravano che la pressione politica e la sfacciata partigianeria potessero portare un giudice nominato da Trump a rovesciare le elezioni. Ma finora la magistratura ha tenuto duro.

Liste fasulle
Lo stesso farà il congresso degli Stati Uniti questa settimana. Gli ultimi tentativi degli alleati di Trump per ribaltare all’ultimo minuto l’esito del voto falliranno. Ma sono comunque motivo di preoccupazione. Il congresso ratificherà la vittoria di Biden il 6 gennaio in una sessione congiunta, che sarà presieduta da Mike Pence, che in quanto vicepresidente è anche presidente del senato. Il compito di Pence sarà quello di aprire le buste sigillate contenenti i risultati elettorali certificati da ogni stato, consegnare i certificati agli scrutatori nominati (spesso membri delle commissioni per il regolamento delle due camere), che poi leggeranno i risultati e chiederanno se ci sono obiezioni da parte dei membri del congresso. La funzione di Pence è puramente formale: gli stati hanno già certificato e annunciato i loro risultati. Il suo unico compito è quello di facilitare il loro annuncio formale al congresso.

Louie Gohmert, un fedele alleato di Trump al congresso, ha presentato una denuncia sostenendo che il vicepresidente ha “l’autorità esclusiva e il potere decisionale per determinare” se i risultati certificati dagli stati sono validi. Avendo ottenuto più voti di Trump in Arizona, in Georgia, in Michigan, in Pennsylvania e in Wisconsin, Biden ha conquistato i grandi elettori di quegli stati. Ma in alcuni stati i sostenitori di Trump hanno compilato liste di grandi elettori “alternative”. Gohmert sostiene che Pence abbia il potere di scegliere queste liste fasulle invece di quelle reali.

La denuncia di Gohmert è stata respinta e il deputato ha fatto ricorso, ma le sue argomentazioni restano pretestuose. Pence è legalmente obbligato ad annunciare la sconfitta del suo partito, come fecero Al Gore nel 2001 e Richard Nixon nel 1961.

La seconda mossa degli alleati di Trump consiste nel presentare obiezioni durante la sessione di conteggio dei voti. Il regolamento prevede che le obiezioni fatte per iscritto e firmate da almeno un senatore e un deputato siano sufficienti a fermare la sessione congiunta. Ogni camera si riunisce poi separatamente per un massimo di due ore di dibattito, per decidere se accettare o rifiutare i voti dello stato in questione. Josh Hawley, un giovane senatore repubblicano con ambizioni presidenziali, insieme ad almeno 140 deputati repubblicani, ha intenzione di presentare un’obiezione, anche se non è chiaro in quali stati e su quali basi.

I due senatori repubblicani più anziani, Mitch McConnell e John Thune, hanno riconosciuto la vittoria di Biden

I loro sforzi non faranno che trascinare per le lunghe il processo, ma senza cambiarne l’esito. Anche se 140 repubblicani si opporranno, ne resterebbero comunque più di cinquanta che voteranno insieme alla maggioranza democratica. Un numero sufficiente di senatori repubblicani ha dichiarato che onorerà il suo dovere costituzionale, al di là delle dimostrazioni di fedeltà personale a un presidente nettamente sconfitto, formando così una maggioranza insieme ai 48 senatori democratici.

L’ultima mossa è un gentile omaggio di Ted Cruz, senatore del Texas e probabile rivale di Hawley nella corsa alle presidenziali del 2024. Lui e altri dieci senatori hanno dichiarato che contesteranno i risultati. Questo gruppo ha chiesto la creazione di una commissione che “effettui una verifica d’emergenza di dieci giorni sui risultati delle elezioni negli stati contesi”, seguita da “una sessione legislativa speciale che certifichi, se necessario, la modifica dei risultati elettorali”. A quanto dicono, “le accuse di frode e irregolarità nelle elezioni del 2020 sono di gran lunga le più numerose mai osservate nel corso della loro vita”.

Si tratta di un’affermazione tecnicamente esatta, ma sono stati proprio Cruz, Trump e altri repubblicani a diffondere queste accuse. Un ampio numero di tribunali le ha respinte. Questo non ha impedito ad avvocati sempre più marginali di far circolare teorie sempre più estreme e marginali. Ma non c’è, semplicemente, niente da fare. I senatori citano, come precedente, la commissione formatasi dopo le elezioni del 1876, ma in quel caso si trattava di un risultato effettivamente controverso. Quello del 2020 non lo è: ogni stato ha certificato i suoi risultati. Non c’è nessuna possibilità che la commissione che chiedono venga creata. I due senatori repubblicani più anziani, Mitch McConnell e John Thune, hanno entrambi riconosciuto la vittoria di Biden.

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L’inevitabile fallimento di questi sforzi li rende facili da liquidare come una pantomima politica o, più cinicamente, come una decisione politica razionale. Nessun deputato o senatore repubblicano vuole ritrovarsi ad affrontare alle future primarie un avversario sostenuto da Trump. E nessuno vuole inimicarsi la base elettorale del presidente. Ma rifiutando di ammettere la realtà, questi ambiziosi repubblicani hanno accettato, pur di favorire il potere politico del loro partito, di sostenere un tentato colpo di stato.

I repubblicani che sostengono sforzi senza precedenti per rovesciare un’elezione libera che si è svolta in modo corretto possono anche dire a se stessi che non farebbero mai niente del genere se ci fosse davvero una qualche possibilità di successo. Forse. Ma in politica non importa quello che i politici farebbero in una situazione ipotetica: conta quello che fanno nella realtà. E i funzionari repubblicani eletti stanno spingendo gli elettori conservatori a credere che ogni elezione che perdono sia illegittima. È un danno che sarà difficile da riparare.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dall’Economist.