04 marzo 2021 10:03

L’appuntamento annuale delle “due sessioni” (la Conferenza politica consultiva del popolo cinese e l’Assemblea nazionale del popolo, rispettivamente il 4 e 5 marzo) è un grande momento del rituale politico in Cina, con migliaia di delegati in arrivo da tutto il paese e il palazzo del Popolo di piazza Tiananmen addobbato di rosso. Per l’occasione i rari dissidenti ancora in libertà vengono allontanati dalla capitale per due settimane.

La macchina è ben oliata e il parlamento non riserva mai sorprese, belle o brutte che siano. Ma allora a che serve tutto questo? In realtà si tratta di uno degli ingranaggi di un apparato politico piramidale attraverso il quale il messaggio proveniente dal vertice, attualmente incarnato dal numero uno del Partito comunista Xi Jinping, si diffonde in tutto il paese.

Quest’anno più che mai, il vertice ha bisogno di controllare la comunicazione politica blindando i diversi rami del partito e dello stato, perché dietro la tranquilla sicurezza mostrata dal potere cinese, forte di aver saputo gestire la pandemia mentre il resto del mondo continua a combattere contro il virus, si celano numerosi interrogativi e incertezze.

Epopea trionfale
Oggi esistono tre problematiche principali per Xi Jinping, che spiegano l’estremo irrigidimento del potere a cui stiamo assistendo.

La prima è legata alla pandemia. Pechino vuole controllare la versione dei fatti del 2020, far dimenticare che il covid-19 è partito dalla Cina, cancellare gli errori delle prime settimane che hanno ritardato l’allerta mondiale e creare un’epopea trionfale per il partito, che ha saputo sconfiggere il virus. Il covid-19 deve partecipare alla legittimazione del partito, laddove un anno fa l’epidemia sembrava minacciare il potere.

Chiunque critichi la posizione ufficiale rischia pesanti conseguenze

La seconda problematica è chiaramente quella della rivalità con gli Stati Uniti, acutizzatasi durante il mandato di Donald Trump. Pechino è consapevole del fatto che il conflitto andrà avanti nello stesso modo anche con Joe Biden alla Casa Bianca. A Washington c’è un consenso sulla linea dura che spinge l’amministrazione verso una guerra fredda con la Cina.

In un discorso recente passato inosservato e citato il 3 marzo dal New York Times, Xi ha sottolineato che l’occidente è in “declino”, ma ha anche messo in guardia i quadri del partito sul fatto che “gli Stati Uniti restano la principale minaccia per lo sviluppo e la sicurezza” della Cina.

La dichiarazione di Xi ha toni marziali. Chiunque si permetta di criticare la posizione ufficiale rischia pesanti conseguenze. Gli abitanti di Hong Kong l’hanno provato sulla propria pelle con l’incarcerazione di tutti i leader dell’opposizione democratica che si trovavano ancora nel territorio. Da due giorni 47 di loro compaiono davanti a un tribunale in virtù della legge sulla sicurezza nazionale adottata l’anno scorso.

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Pechino sa di essere criticata all’estero per la vicenda di Hong Kong, per il destino degli uiguri dello Xinjiang diventato una causa internazionale e infine per le minacce rivolte all’isola di Taiwan. Il potere cinese vuole essere sicuro di controllare l’opinione pubblica interna davanti a questi venti ostili.

La terza problematica è quella di gestire il paese nella prospettiva delicata del ventesimo congresso del Partito comunista, in programma l’anno prossimo. Il congresso dovrebbe assegnare un terzo mandato a Xi, primo leader a conservare il potere così a lungo dai tempi di Mao. La riunione di Pechino è una tappa di avvicinamento all’incoronazione del segretario.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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