20 aprile 2021 10:09

Il presidente francese Emmanuel Macron ha aperto diversi cantieri della memoria piuttosto difficili da affrontare, nella speranza di curare ferite mai guarite tanto a livello diplomatico quanto all’interno della società francese. I risultati sono contrastanti a seconda del soggetto, positivi nel caso del Ruanda e in stallo rispetto all’Algeria. Questo dimostra fino a che punto sia complicato superare anni di negazione e tabù.

Il ruolo della Francia nel genocidio dei tutsi compiuto in Ruanda nel 1994 è stato al centro di innumerevoli polemiche nel paese, oltre che causa di una rottura tra il Ruanda e Parigi. All’inizio di aprile un rapporto di mille pagine stilato da una commissione di storici creata da Macron ha cambiato la situazione. La commissione ha ottenuto un accesso senza precedenti agli archivi ufficiali, compresi quelli dei servizi segreti. Il 19 aprile è stato pubblicato un secondo rapporto, commissionato dal Ruanda a uno studio di avvocati statunitensi.

Pur basati su metodologie diverse, i due rapporti sono arrivati alla stessa conclusione: la Francia, secondo lo studio americano Muse, è stata un “collaboratore indispensabile” del regime genocida degli hutu. Entrambi i rapporti, però, escludono la “complicità” di Parigi nei massacri, un punto fondamentale anche sul piano legale. Doloroso e a volte opprimente, questo lavoro ha permesso di avvicinarsi a una verità storica accettabile sui due fronti.

La reazione del Ruanda è stata spettacolare: il 19 aprile il ministro degli esteri Vincent Biruta ha dichiarato a Le Monde che i due rapporti costituiscono “una base importante per costruire un futuro insieme”, e ha parlato addirittura di “riconciliazione tra Francia e Ruanda”. Il presidente ruandese Paul Kagame, che in passato aveva pronunciato parole dure nei confronti della Francia, sarà a Parigi il mese prossimo per sancire questo riavvicinamento. Macron ricambierà la visita recandosi a Kigali prima della fine dell’anno.

Memorie conflittuali
La situazione è molto diversa rispetto all’Algeria. In questo caso i ricordi della colonizzazione e della guerra d’indipendenza si intrecciano alle memorie conflittuali di una parte dei francesi discendenti dei coloni in Algeria, degli harki (gli algerini che hanno servito nell’esercito francese) e di immigrati più recenti.

Due mesi fa lo storico Benjamin Stora, il più profondo conoscitore francese di questo argomento, ha presentato a Macron un rapporto che avrebbe dovuto riconciliare le memorie e distendere i rapporti tra le due rive del Mediterraneo. Ma non è stato così.

In Francia il dibattito si è interrotto bruscamente, e la società civile non ha saputo cogliere il rapporto e le sue proporzioni. Ma è soprattutto in Algeria che la situazione si è complicata: una visita ad Algeri del primo ministro Jean Castex è stata annullata, mentre l’8 aprile un ministro algerino ha addirittura dichiarato che la Francia è il nemico “tradizionale ed eterno” dell’Algeria. La parola “eterno” è piuttosto lontana dal concetto di riconciliazione…

Macron ha giocato la carta del presidente algerino Abdelmajid Tebboune contro quella che il 19 aprile ha definito “una certa resistenza” in Algeria. Ma si è ritrovato invischiato nella realtà dei clan all’interno del potere, e con una rivoluzione popolare, l’hirak, che non si placa. La riconciliazione con la Francia, insomma, dovrà attendere giorni migliori.

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Tra il discorso pronunciato nel 1995 dall’ex presidente Chirac per riconoscere la responsabilità della Francia di Vichy nella deportazione di migliaia di ebrei francesi durante la seconda guerra mondiale e la riconciliazione in corso con il Ruanda è passato un quarto di secolo di lavoro della memoria, mai del tutto compiuto, a volte fallito ma sempre necessario davanti alle pagine scure della storia. Da processi come questo si esce sempre rafforzati.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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