Recandosi di persona ai funerali di Idriss Déby Itno, presidente del Ciad morto ufficialmente in combattimento contro i ribelli, il presidente francese Emmanuel Macron rende prima di tutto omaggio a un alleato cruciale della Francia in Africa. Ma il viaggio di Macron è interpretato anche come un sostegno al successore alla guida del paese, il generale Mahamat Idriss Déby Itno, figlio del presidente e nominato in circostanze turbolente.

Quella di Macron non è una semplice partecipazione a un funerale. Il presidente francese arriva in una capitale in tensione, con una rivolta armata a nord e una popolazione che teme un nuovo periodo di instabilità e violenze, oltre che in un contesto in cui l’opposizione e la società civile del Ciad gridano al “colpo di stato” davanti agli avvenimenti misteriosi degli ultimi giorni.

L’arrivo di Macron e le dichiarazioni senza sfumature di Parigi dimostrano che la Francia non ha nulla da eccepire di fronte a una transizione che non rispetta la costituzione del Ciad e somiglia alle peggiori pratiche nepotistiche e di clan denunciate in altri contesti.

I nuovi padroni
La costituzione del Ciad stabilisce che sia il presidente dell’assemblea nazionale ad assumere il controllo del paese in caso di un vuoto di potere, e non il capo della guardia presidenziale e un consiglio militare come invece sta accadendo.

I nuovi padroni di N’Djamena affermano di volere unicamente garantire una transizione che non durerà più di 18 mesi, ma la loro storia e quella del paese alimentano i dubbi.

La minaccia jihadista nel Sahel, evidentemente, stempera l’esigenza del rispetto della costituzione

L’aspetto più sorprendente dell’arrendevolezza della Francia e di altri paesi africani è che questo atteggiamento contrasta con ciò che è accaduto l’anno scorso in Mali: dopo un colpo di stato che aveva rovesciato il presidente, in quell’occasione i paesi della regione avevano imposto una serie di sanzioni nonostante la minaccia jihadista, costringendo i militari a rendere il governo più “civile” e presentabile.

Il ruolo del Ciad nella regione spiega in gran parte questa decisione di chiudere un occhio. L’esercito del Ciad è il più attivo tra quelli dei cinque paesi del Sahel nella lotta ai jihadisti al fianco della forza francese Barkhane, il cui quartier generale si trova proprio a N’Djamena. I militari francesi, chiaramente, sperano nella continuità e non nel cambiamento.

La minaccia jihadista nel Sahel, evidentemente, stempera l’esigenza del rispetto della costituzione. Ma ancora prima dell’arrivo dei jihadisti la democratizzazione era un lontano ricordo a N’Djamena. Basti ricordare la sorte toccata a Oumar Mahamat Saleh, matematico e oppositore di Déby scomparso nel 2008 senza che il regime abbia dovuto renderne conto.

Difficile dare credito al ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, che il 23 aprile in un’intervista concessa all’emittente France2 ha invitato i nuovi dirigenti del paese a “mettere in atto un processo democratico più rapidamente possibile”. Nessuno pensa che accadrà davvero.

Il pudico velo gettato sulla natura del regime di Idriss Déby e le condizioni anomale della successione contrastano con i discorsi francesi sulle politiche di governo in Africa, che saranno senz’altro ribaditi più volte in questo “anno dell’Africa”. Macron preferisce convivere con questa contraddizione piuttosto che fare un salto nel buio in un contesto esplosivo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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