21 aprile 2021 09:47

Idriss Déby Itno aveva conquistato il potere trent’anni fa, alla testa di una colonna di veicoli armati proveniente dal Sudan che aveva preso possesso di N’Djamena, la capitale del Ciad. È morto il 20 aprile resistendo all’avanzata di un’altra colonna di mezzi armati ribelli, stavolta in arrivo da nord, dalla Libia, e anch’essa diretta verso N’Djamena.

Questa sintesi della vita di un uomo che “viveva con il kalashnikov ed è morto con il kalashnikov”, per parafrasare Eschilo, non basta a raccontare il sisma geopolitico che provoca la scomparsa del presidente ciadiano, notizia che ha colto di sorpresa il mondo intero. Al di là delle lotte intestine in un paese che, fatta eccezione per François Tombalbaye, primo presidente nel 1960, non ha mai avuto un leader arrivato al potere in modo democratico, a tremare è l’intera regione, e con essa la strategia francese.

I paesi del Sahel.

Déby era un leader autoritario e la Francia ne era perfettamente consapevole, anche perché l’aveva aiutato a conquistare il potere nel 1990 e l’aveva salvato almeno tre volte da colpi di stato tentati dai suoi numerosi rivali. Ma con il tempo il Ciad è diventato un tassello fondamentale della lotta antijihadista nel Sahel, e per Parigi questa considerazione era sufficiente a chiudere un occhio sugli abusi da lui commessi, tra cui la parodia delle ultime elezioni i cui risultati ufficiali sono arrivati quando il presidente era ormai agonizzante.

Una falsa stabilità
Il ruolo del Ciad nella lotta antijihadista è duplice. A N’Djamena c’è il quartier generale dell’operazione Barkhane, che vede la partecipazione di 5.200 soldati francesi impegnati contro i jihadisti. Ma soprattutto l’esercito del Ciad è considerato il più temibile della coalizione militare G5 Sahel, e Déby aveva inviato 1.200 soldati nella zona di confine tra Mali, Niger e Burkina Faso.

Con un paragone azzardato, il Ciad è stato descritto come una “Prussia” africana, un paese stabile con un esercito forte al centro di una regione instabile su ogni fronte: la Libia a nord, sprofondata nel caos da dieci anni; la Repubblica Centrafricana a sud, ventre molle del continente; il Darfur a est; il lago Ciad e il Sahel a ovest.

La Francia non ha una strategia di scorta, e considera troppo grandi i rischi di un ritiro all’americana

Ma ora la “Prussia” ha perso il suo capo e si scopre che non era poi così stabile. A questo punto è inevitabile interrogarsi sui prossimi sviluppi, tra il figlio del presidente che si è installato al potere illegittimamente, una ribellione armata e un’incertezza diffusa.

La situazione indebolisce inevitabilmente la strategia francese. A Parigi sanno benissimo che non ci sarà alcuna vittoria militare in Sahel, così come non ce n’è stata una in Afghanistan dopo vent’anni di guerra statunitense, di cui Joe Biden ha da poco annunciato la conclusione.

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L’intera strategia francese, soprattutto dopo il vertice organizzato a N’Djamena a febbraio, consisteva nell’incoraggiare il ritorno della presenza dello stato nelle zone strappate ai jihadisti e il rafforzamento dei paesi della regione. Il Ciad, senza il suo maresciallo-presidente, mostra fino a che punto questo approccio, se non scollegato dalla realtà, sia quantomeno legato a uno sviluppo a lungo termine. Il comunicato pubblicato il 20 aprile dalla presidenza francese non piangeva l’uomo Idriss Déby, ma il protagonista, tanto contestabile quanto importante, di una politica regionale.

La Francia non ha una strategia di scorta, e considera troppo grandi i rischi di un ritiro all’americana. Parigi, che lo voglia o meno, resta il gendarme di un Sahel che dal 20 aprile è ancora più instabile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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