Ci sono molte omissioni negli annunci fatti il 10 giugno dal presidente francese Emmanuel Macron a proposito dell’intervento militare in Africa occidentale. Macron ha deciso di dare una svolta e trasformare una situazione fallimentare in un elettroshock dalle conseguenze imprevedibili.

Da mesi l’intervento contro i gruppi jihadisti nei paesi delle striscia del Sahel (Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad) era arrivato a un punto morto. Poi, nelle ultime settimane, la situazione regionale è progressivamente degenerata, creando un quadro politico insostenibile.

Tutto è cominciato con la morte in combattimento di Idriss Déby Itno, presidente del Ciad e comandante del più forte esercito della regione. Poi c’è stato il “colpo di stato nel colpo di stato” in Mali, epicentro dell’impegno francese. In entrambi i casi si sono succeduti regimi non costituzionali, in due paesi alleati della Francia. Questo ha sollevato diversi interrogativi sul senso di un’azione militare in paesi che ignorano le loro stesse leggi.

Il 10 giugno Macron ha negato che gli eventi in questione siano all’origine della sua decisione di cambiare il dispositivo militare, ma è evidente che abbiano avuto un peso rilevante.

L’annuncio, del tutto inatteso, riguarda la fine dell’operazione Barkhane, in atto dal 2014 con la partecipazione di 5.100 militari francesi. Ma non bisogna fermarsi a questo annuncio.

Macron ha rivolto un messaggio politico, ai dirigenti e all’opinione pubblica dei paesi africani

Ciò che davvero conta nell’annuncio di Macron è il messaggio politico inviato in diverse direzioni. Prima di tutto ai dirigenti africani, che secondo Macron “non si assumono le loro responsabilità”, ovvero non rispettano l’impegno di riportare la presenza dello stato nelle aree strappate ai jihadisti e in alcuni casi sono tentati di trattare con i gruppi estremisti islamici.

Il messaggio del presidente francese è indirizzato anche all’opinione pubblica, a cominciare da quella dei paesi africani che sono sempre più ostili a una presenza militare dell’ex potenza coloniale, che si è rivelata incapace di evitare massacri, corruzione e abusi. A chi afferma che Parigi impone la sua presenza, Macron fa capire che potrebbe anche svanire, se non fosse ben accetta.

Anche l’opinione pubblica francese è chiamata in causa, convinta a ogni vittima francese (e ce ne sono state 55 in sette anni) che la guerra sia impossibile da vincere quanto lo è stata quella dell’Afghanistan, da cui gli statunitensi si stanno ritirando.

Oggi esiste un triplo pericolo: che l’elettroshock non funzioni e che la decomposizione politica dei fragili stati del Sahel prosegua; che la Francia sia spinta a lasciare definitivamente la regione, con il rischio di dover accettare un fallimento militare nella sua tradizionale zona d’influenza; e infine che i jihadisti interpretino la fine di Barkhane come il segnale che possono liberamente moltiplicare le loro attività.

Ma Macron ha deciso di correre questi rischi con cognizione di causa. Perché non c’è niente di peggio di una guerra in stallo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Internazionale ha una newsletter settimanale che racconta cosa succede in Africa. Ci si iscrive qui.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it