Se fosse finita con il richiamo dell’ambasciatore d’Algeria in Francia avremmo potuto parlare di malumore. Ma il divieto di sorvolare l’Algeria imposto agli aerei militari francesi in rotta verso il Sahel ha trasformato la vicenda in una crisi diplomatica. Il 3 ottobre un aereo dello stato maggiore francese è stato costretto a tornare indietro perché non era informato dell’interdizione di volo.

A innescare la crisi sono state le dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron riportate il 1 ottobre da Le Monde e rilasciate durante un incontro con un gruppo di giovani legati in vari modi all’Algeria: nipoti di rimpatriati francesi, di harkis (gli ausiliari algerini dell’esercito francese ai tempi della guerra) ma anche di ex combattenti per l’indipendenza.

Il presidente francese ha parlato di “rendita della memoria” per il regime algerino e di un “sistema algerino stanco”, indebolito dall’hirak, la rivolta popolare. Macron si è avventurato su un terreno ancora più scivoloso quando si è chiesto se fosse davvero esistita una nazione algerina prima della colonizzazione.

Rabbia fredda
Le dichiarazioni hanno scatenato la collera di Algeri. “Ingerenza inaccettabile”, titola il quotidiano ufficiale El Moudjahid. Il regime di Algeri, come ha già fatto altre volte in passato, s’impunta. Ma cosa emerge da questa crisi?

Le parole di Macron sono state poco diplomatiche, su questo non c’è dubbio. Anche se c’è un ampio consenso sull’esistenza di una “rendita della memoria” sfruttata dal regime algerino o sul fatto che l’hirak abbia scosso il sistema, “un presidente non dovrebbe dire certe cose”, per riprendere il titolo di un libro dedicato al quinquennio di François Hollande.

Il presidente francese alza i toni perché vuole farsi rispettare?

Perché Macron ha deciso di rilasciare quelle dichiarazioni? Difficile non pensare a un legame con l’inasprimento dei toni dopo l’annullamento del contratto con l’Australia per la vendita di sottomarini, con il richiamo degli ambasciatori e le dichiarazioni di fuoco nei confronti di Australia, Regno Unito e Stati Uniti. A questo bisogna aggiungere la rabbia sopita di Macron per la situazione in Mali e i suoi leader dalla scarsa legittimità; ora la questione algerina. Il presidente francese alza i toni perché vuole farsi rispettare da partner che hanno maltrattato la Francia? Se così fosse, viene da chiedersi se Macron abbia scelto lo strumento adatto.

Ma non dobbiamo dimenticare il caso specifico dell’Algeria e la difficoltà di un rapporto che va regolarmente a scontrarsi con il tema della memoria.

Macron aveva lanciato due progetti di indagine storica, uno sul genocidio ruandese e l’altro sull’Algeria. Nel caso del Ruanda ha avuto successo, ma in Algeria è andato a sbattere contro un muro. Il rapporto dello storico Benjamin Stora, che avrebbe dovuto aprire un dialogo, non ha suscitato reazioni ad Algeri, con rammarico del diretto interessato.

Forse allora la risposta va cercata in quello che un fine conoscitore del paese chiama il “mondo parallelo” dell’Algeria, la bolla del potere politico-militare di Algeri che non si è ancora ripresa dalla crisi dell’hirak.

Il freddo rischia di durare almeno fino alla prossima ricorrenza storica, il triste sessantesimo anniversario del 17 ottobre 1961, giorno del massacro a Parigi di decine di algerini che manifestavano per l’indipendenza. Ci sarà un “gesto” francese, come raccomandava il rapporto di Stora? E come si potrebbe compiere questo gesto senza dare l’impressione di aver ceduto alle pressioni di Algeri, tra l’altro in pieno periodo pre-elettorale in Francia? In questo appuntamento dal grande valore simbolico Macron non può più sbagliare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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