Probabilmente a molti il nome di Osman Kavala non suonerà molto familiare. Imprenditore e filantropo turco di 64 anni, Kavala è stato condannato all’ergastolo senza appello. La sentenza, pesantissima, arriva all’apice dell’accanimento giudiziario del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan contro un uomo che incarna il concetto di società civile indipendente.

In piena guerra in Ucraina il presidente della Turchia, paese della Nato, non esita a sfidare i suoi partner occidentali che avevano chiesto la liberazione di Kavala.

Altri sette imputati nell’ambito dello stesso processo sono stati condannati a diciotto anni di prigione ciascuno. Tra loro ci sono un architetto, un regista, uno studente universitario, il fondatore di una ong. Anche loro appartengono a una società civile che Erdoğan vuole spazzare via.

Navigazione tra conflitti e interessi
L’accusa è addirittura di aver voluto “rovesciare il governo turco” in quanto ispiratori, nel 2013, di una rivolta dei giovani di Istanbul intorno al parco Gezi, tutto sommato abbastanza spontanea. All’epoca Kavala aveva tentato una mediazione tra i giovani e le autorità, un’azione che si è trasformata in atto d’accusa e gli è già costata gli ultimi quattro anni e mezzo, trascorsi in prigione.

Il caso di Kavala è diventato il simbolo di un regime autocratico che si è emancipato dalle sue alleanze e dai suoi impegni. La Turchia, importante potenza regionale, ha sviluppato una diplomazia autonoma che la fa navigare tra i conflitti e gli interessi. Il rovescio della medaglia è che Ankara si sente libera da qualsiasi obbligo, soprattutto in materia di diritti umani e rispetto dello stato di diritto.

Il mondo è cambiato ed Erdoğan l’ha capito benissimo

Dal 2019 il governo turco continua a ignorare una decisione della Corte europea per i diritti umani (Cedh), un organismo del Consiglio d’Europa di cui la Turchia fa parte. La Cedh aveva stabilito che la detenzione di Kavala è “un abuso” senza alcuna base solida e ha come obiettivo quello di produrre “un effetto dissuasivo sui difensori dei diritti umani”.

Il mancato rispetto di una decisione della Cedh potrebbe comportare sanzioni, ma i componenti del Consiglio d’Europa esitano, preoccupati che la Turchia possa uscire dall’istituzione.

L’epoca delle pressioni di un occidente dominante sui paesi recalcitranti è ormai lontana. Il mondo è cambiato ed Erdoğan l’ha capito benissimo.

Ma l’equilibrio multipolare che sta emergendo oggi, in cui paesi come la Turchia hanno trovato il loro posto, non può significare un’assenza totale di regole. Il rispetto dello stato di diritto fa parte del nucleo dei valori comuni dei paesi del Consiglio d’Europa. Erdoğan non può trascurarlo senza pagarne alcuna conseguenza.

Il Consiglio d’Europa, di cui fanno parte 46 paesi, è nato sulle macerie della seconda guerra mondiale ed è sopravvissuto alla guerra fredda. Eppure oggi si ritrova minacciato dalla spinta dell’autoritarismo. La Russia di Putin ha appena lasciato l’istituzione dopo aver invaso l’Ucraina. La Turchia di Erdoğan vuole ritrovarsi nella stessa categoria di paesi paria? La condanna ingiusta nei confronti di Kavala rischia di accelerare questo processo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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