La frase, inquietante, è stata pronunciata nel 2017 da Vladimir Putin: “Il paese che si affermerà come leader nel campo dell’intelligenza artificiale dominerà il mondo”. Una cosa è certa, questo paese non sarà la Russia. Anziché seguire la via dello sviluppo tecnologico, infatti, Mosca si è imbarcata in una guerra d’altri tempi nelle trincee ucraine.

La Cina, invece, ha compreso il messaggio lanciato dal suo amico Putin, inserendo fin dal 2015 l’intelligenza artificiale nel suo piano “Cina 2025”, in cui sono elencate le tecnologie in cui Pechino intende diventare leader mondiale. Gli investimenti cinesi sono stati considerevoli, con oltre venti miliardi di euro stanziati. Nel 2018 i 25 componenti dell’Ufficio politico del Partito comunista cinese hanno addirittura dedicato all’intelligenza artificiale un’intera giornata di studio.

Eppure la Cina è stata presa di sorpresa dal tornado ChatGpt. Il governo cinese continua a ripetere che gli Stati Uniti sono in declino, ma resta il fatto che questo straordinario strumento tecnologico è stato concepito in America e non negli equivalenti cinesi della Silicon Valley, a Shenzhen o alla periferia di Pechino.

Nell’arco di poche settimane le aziende cinesi hanno sfornato a loro volta programmi simili a ChatGpt. L’11 aprile il gigante Alibaba ha presentato un servizio chiamato Tongyi Qianwen, che significa “la verità da mille domande”. Altre grandi aziende della tecnologia cinese hanno annunciato i loro software, dal motore di ricerca Baidu a SenseTime, società specializzata nel riconoscimento facciale.

Il primo riflesso del governo cinese, come sempre, è quello di controllare

Ma in Cina niente è semplice. Sempre nella giornata dell’11 aprile, il governo ha pubblicato una serie di regole per il settore, segno che l’irruzione dei chatbot ha turbato l’ordine rodato del digitale cinese.

Pechino impone una convalida preliminare di tutti i nuovi servizi e l’identificazione con il nome reale per tutti gli utenti. Come se non bastasse, i servizi offerti dovranno essere portatori dei “valori socialisti”, assicurandosi di non veicolare informazioni che possano minacciare il potere dello stato o dividere la nazione. Il primo riflesso del governo cinese, come sempre, è quello di controllare.

Questo controllo può rappresentare un freno per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale? La questione è considerata fondamentale fin dall’avvento della rivoluzione digitale. In passato numerosi analisti avevano previsto che la volontà di controllo permanente avrebbe impedito alla Cina di tenere il passo nella corsa tecnologica, ma finora queste ipotesi si sono rivelate inesatte. Oggi le aziende cinesi sono al comando in numerosi settori.

Tuttavia l’intelligenza artificiale pone un nuovo problema ai censori di Pechino, come dimostra la velocità con qui sono stati pubblicati i nuovi regolamenti. Laddove in occidente ci si chiede come sviluppare un’intelligenza artificiale etica che non riproduca le storture della società, in Cina i problemi sono diversi: come fare per non perdere il dominio dell’informazione? Come evitare una breccia nel controllo sociale assoluto che Pechino ha saputo preservare in trent’anni di innovazione tecnologica?

Sei ani dopo la profezia di Putin, la competizione internazionale nel campo dell’intelligenza artificiale è certamente più serrata, in un contesto segnato da tensioni geopolitiche sempre più forti. L’intelligenza artificiale ha sfaccettature e impieghi molteplici. La supremazia politica ne fa certamente parte.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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