Pensarci sempre e non parlarne mai: a Parigi, Berlino e Washington molti non verserebbero neppure una lacrima in caso di sconfitta del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan alle elezioni presidenziali del 14 maggio, anzi ne sarebbero piuttosto contenti.

Eppure nessuno, nelle capitali citate, osa dire una parola sulla Turchia. Il motivo? Evitare che il presidente uscente possa reagire parlando di “ingerenze” straniere o di un sostegno esterno al suo rivale, il candidato dell’opposizione Kemal Kılıçdaroğlu.

Erdoğan sa benissimo come muoversi, lui che non ha mai esitato davanti alla possibilità di offendere i suoi partner pur di rafforzare la propria legittimità interna o di usare la carta del nazionalismo a spese di paesi con cui sarebbe teoricamente alleato.

Attivismo diplomatico
Quando Emmanuel Macron aveva parlato di una Nato “in stato di morte cerebrale”, nel 2019, si riferiva alla mancanza di reazioni davanti al comportamento aggressivo tenuto da una nave turca nei confronti di un’imbarcazione francese nel mar Egeo, nonostante entrambi i paesi facessero parte dell’Alleanza atlantica. Erdoğan, all’epoca, aveva risposto mettendo pubblicamente in dubbio la “sanità mentale” del suo collega francese.

L’attivismo diplomatico-militare di Erdoğan ha prodotto grandi risultati in politica interna. Il presidente turco ha diffuso l’idea dell’affermazione di una nuova potenza ottomana, di cui sarebbe il nuovo sultano. Dalla Libia all’Azerbaigian, passando per un rapporto speciale con Vladimir Putin, Erdoğan ha operato su tutti i fronti “caldi” degli ultimi anni.

Gli elettori hanno altre preoccupazioni, prima di tutto economiche

Il successo del drone armato Bayraktar, decisivo nella guerra tra Azerbaigian e Armenia, ma anche nella difesa dell’Ucraina, è diventato un motivo d’orgoglio nazionale, tanto più che il costruttore è il genero del presidente.

Ma oggi gli elettori hanno altre preoccupazioni. Prima di tutto economiche, con la crisi della moneta, l’inflazione da record e l’aumento della povertà. Per non parlare del terremoto che all’inizio dell’anno ha provocato 50mila vittime e ha rivelato i legami corrotti tra il partito di governo e il settore edilizio.

È su questo malcontento popolare che punta Kılıçdaroğlu. Mai prima d’ora, nei 21 anni di dominio di Erdoğan, l’opposizione era apparsa così vicina a rovesciare il presidente-autocrate.

L’uscita di scena di Erdoğan cambierebbe la politica estera turca? Perfino in privato i leader occidentali evitano di riporre troppo speranze in un’inversione di rotta di Ankara in caso di sconfitta del presidente. In primo luogo perché la vittoria dell’opposizione è tutt’altro che certa: non bisogna assolutamente sottovalutare la forza dei conservatori islamici dell’Ak, il partito del presidente, e se dovesse essere necessario un secondo turno è scontato che Erdoğan ricorra al gioco sporco. In ogni caso, se anche perdesse le elezioni, il presidente avrà la possibilità di reagire.

Detto questo, la politica estera del dopo Erdoğan sarebbe sicuramente più prevedibile e meno acrobatica, dunque più vicina a quella degli altri paesi della Nato. A Washington non hanno ancora digerito la decisione di Ankara di acquistare il sistema antimissile russo S-400, un caso unico all’interno dell’Alleanza atlantica.

In fin dei conti la soddisfazione che susciterebbe un insuccesso di Erdoğan, più che dalla speranza di un cambiamento politico, deriverebbe dall’antipatia che ormai molti provano nei suoi confronti. A volte la politica si accontenta di poco.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Guarda anche :

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it