Il sostegno europeo all’Ucraina è a rischio. Per capire il motivo basta fare il nome della persona che il 7 dicembre Emmanuel Macron ha invitato a cena all’Eliseo: Viktor Orbán, primo ministro ungherese e guastafeste numero uno d’Europa praticamente in tutti i contesti.

Orbán minaccia di porre il veto a un piano di aiuti all’Ucraina da cinquanta miliardi di euro in occasione del Consiglio europeo della prossima settimana, e inoltre potrebbe bloccare il negoziato per l’adesione di Kiev all’Unione europea, un tema importantissimo per un paese in guerra che ha bisogno di speranza. In entrambi i casi è necessario il consenso unanime dei governi europei.

Ma Orbán non è l’unico ostacolo agli aiuti occidentali all’Ucraina. Anche gli Stati Uniti sono caduti in uno psicodramma politico di cui a farne le spese è Kiev. Un nuovo piano da sessanta miliardi di dollari previsto dall’amministrazione Biden è attualmente fermo al congresso perché i repubblicani, in cambio dell’approvazione, vogliono la chiusura della frontiera con il Messico. Qual è il rapporto tra le due vicende? Nessuno, è puro ostruzionismo.

Sopravvivere al nemico
Durante l’occupazione di Buča una donna ucraina è stata violentata dai soldati russi. Ora i vicini e le autorità l’accusano di aver collaborato con gli occupanti

Il 5 dicembre una riunione in cui alcuni funzionari avrebbero dovuto informare riservatamente i senatori degli Stati Uniti sulla situazione in Ucraina si sarebbe conclusa “tra le urla”, come scrivono i giornali americani. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj, che sarebbe dovuto intervenire in video alla riunione, ha dovuto annullare l’impegno. Ricordiamo che solo un anno fa Zelenskyj era stato accolto negli Stati Uniti da un’ovazione.

Joe Biden ha reagito con rabbia. “Sono sbalordito dal punto a cui siamo arrivati. Al congresso i repubblicani sono pronti a fare a Putin il regalo più bello che possa immaginare, rinunciando nel frattempo alla nostra leadership mondiale”.

In Europa i toni sono meno drammatici, ma anche Orbán sta mercanteggiando il suo assenso al piano di aiuti per l’Ucraina. In particolare, al presidente ungherese interessano i miliardi di euro che dovrebbero andare al suo paese, ma che Bruxelles ha bloccato a causa dei dubbi sul rispetto dello stato di diritto in Ungheria. È giusto cedere su questo punto per salvare l’Ucraina?

A Parigi circola una certa fiducia nella storica capacità dell’Europa di trovare compromessi. Magari la soluzione arriverà proprio durante la cena del 7 dicembre, ma in ogni caso questa situazione penalizza l’Ucraina. Le incertezze sugli aiuti statunitensi ed europei arrivano infatti nel momento peggiore per Kiev, in cui l’Ucraina è stremata dall’accumulo di cattive notizie. Al fronte la controffensiva non ha sfondato le linee russe, mentre il pessimo rapporto tra Zelenskyj e il comandante in capo delle forze armate Valerij Zalužnyj pesa parecchio sul clima politico.

In questo contesto i dubbi sul sostegno occidentale alimentano ulteriori ansie, suscitando una profonda incomprensione che a tratti si trasforma in rabbia. Gli ucraini credono di combattere e morire per il mondo democratico, che però vedono sottrarsi alle proprie responsabilità. La stessa incomprensione emerge quando ai camionisti ucraini è negato l’accesso in Polonia sulla base di rivalità commerciali.

La lunghezza della guerra, il suo costo enorme e il fatto che da due mesi il Medio Oriente abbia rimpiazzato l’Ucraina sulle prima pagine dei giornali favoriscono evidentemente Putin, che fin dall’inizio ha scommesso sul fatto che gli occidentali si sarebbero stancati di sostenere Kiev. Si fa fatica a credere che statunitensi ed europei gli daranno ragione così facilmente. La battaglia degli ucraini non lo merita.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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